Oscar, è qui la farsa?

Un'edizione politicizzata che, tra premi, discorsi e battute, ha voluto ribadire l'ossessione di Hollywood per Trump. Anche nell'improvvisazione...
27 Febbraio 2017
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Oscar, è qui la farsa?

Finale a sorpresa al Dolby Theatre di Los Angeles: Warren Beatty sbaglia la busta e assegna l’ambita statuetta per miglior film a La La Land, ma poco dopo arriva il colpo di scena e l’Oscar passa nelle mani del regista Berry Jenkins per Moonlight. Errore umano o l’ennesima trovata del pirotecnico conduttore Jimmy Kimmel per aumentare l’indice degli ascolti?
La finzione cinematografica supera la realtà e la platea attonita assiste all’impossibile. Il favoritissimo La La Land si aggiudica sei premi su quattordici nomination, con Emma Stone che trionfa come miglior attrice protagonista e Damien Chazelle, poco più che trentenne, che diventa il più giovane a ricevere il riconoscimento per la miglior regia. Moonlight rovescia i pronostici e vince anche per la miglior sceneggiatura non originale e per miglior attore non protagonista (Mahershala Ali). E un commosso Casey Affleck supera Denzel Washington, candidato per Barriere, come miglior attore protagonista in Manchester by the Sea.

Splende anche un po’ di Italia in questa 89a edizione degli Oscar. Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini festeggiano per il miglior trucco in Suicide Squad, mentre Fuocoammare di Gianfranco Rosi si arrende al documentario di Ezra Edelman O.J: Made in America. Ma non si parla solo di cinema al Dolby Theatre e le battute al vetriolo sul presidente Trump non si fanno attendere. Kimmel saluta Meryl Streep ironizzando sui precedenti tweet del tycoon: «Venti nomination sono troppe per un’attrice sopravvalutata e famosa per le sue interpretazioni mediocri». E poi si rivolge a Isabelle Huppert, candidata come miglior attrice per Elle, dicendo: «È un miracolo che ti abbiano fatto passare la frontiera». Infine Kimmel lancia un ultimo affondo: «Trump ci manderà un suo tweet appena avrà un minuto per andare in bagno». Il presidente aveva in precedenza dichiarato che non avrebbe seguito la cerimonia per una cena con alcuni membri del Congresso.

L’Academy progressista non accetta l’intransigenza del nuovo inquilino della Casa Bianca e consegna la “statuetta della protesta” per miglior film straniero a Il cliente di Asghar Farhadi. Il regista iraniano ha disertato la cerimonia “per il rispetto per i suoi concittadini e per i cittadini delle altre sei nazioni che sono state colpite da una legge disumana, che ha impedito l’ingresso negli Stati Uniti agli stranieri. Le divisioni creano paure e forniscono giustificazioni ingannevoli per la guerra”. È dello stesso parere anche l’attore Gael García Bernal, che sostiene: «Non accetteremo muri tra di noi».

La polemica verso il nuovo establishment accompagna lo spettacolo, ma c’è anche spazio per qualche sorriso. Kimmel continua la sua “faida” con Matt Damon, colpevole di aver scelto la Cina con il kolossal The Great Wall. «Avrebbe potuto recitare in Manchester by the Sea, invece ha preferito l’Oriente per farsi crescere il codino». Il protagonista di The Martian risponde con qualche sgambetto e l’orchestra lo interrompe mentre fa la sua performance sul palco. Intanto Kimmel scimmiotta Trump e invita i giornalisti ad abbandonare il teatro: «Non saranno tollerate notizie false. Tutti quelli che lavorano per una testata che finisce con Times saranno scortati fuori». Per fortuna rimangono le lacrime di un’emozionatissima Viola Davis, come miglior attrice non protagonista, e il messaggio di speranza di Barry Jenkins: «Moonlight nasce dalla passione per il cinema, mentre tutti mi dicevano che il traguardo era ancora lontano».

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