Oscar 2016, poche sorprese e un po’ di statistiche

Cerimonia (e verdetti) senza troppi sussulti quella degli 88° Academy Awards, che in cambio riserva molto materiale per la storia
Oscar 2016, poche sorprese e un po’ di statistiche

Nonostante non abbiano vinto in nessuna delle categorie che contano, gli australiani ricorderanno a lungo questi 88esimi Academy Awards come l’edizione col massimo numero di riconoscimenti per la “terra dei canguri”: ben sei, tutti arraffati s’intende da Mad Max: Fury Road di George Miller (montaggio, trucco, sound editing, sound mixing, costumi, scenografia). Di più: i dodici premiati del film erano tutti alla loro prima candidatura in carriera. Chi ben comincia…

E a proposito di primati, salta all’occhio il terzo Oscar consecutivo per Emmanuel Lubezki (Revenant), che nella cinquina qualitativamente più alta di quest’edizione, quella dei direttori della fotografia, ha avuto la meglio tra gli altri su Roger Deakins di Sicario, tornato a casa a mani vuote per la tredicesima volta in carriera. Tutto sommato è un record anche questo.

Tra i grandi sconfitti di questa edizione va citato anche Star Wars – Il risveglio della forza, ovvero il maggiore incasso nella storia degli Stati Uniti e il terzo di sempre nel mondo (oltre 2 miliardi di dollari worldwide), capace di uscire sconfitto da tutte e cinque le categorie di premio nelle quali era nominato: montaggio, colonna sonora, sound mixing, sound editing, effetti visivi. Riguardo a quest’ultimi da annotare la vittoria del piccolo e indipendente Ex Machina, a conferma che Davide contro Golia è uno sterytelling che piace ancora molto ai membri dell’Academy.

A masticare amaro anche Lady Gaga e Diane Warren, che ancora non si spiegano (nemmeno noi per la verità) come la loro canzone, Til It Happens to You, abbia potuto perdere al cospetto di Writing’s on the Wall (Spectre), probabilmente la peggiore theme song mai composta per la saga di James Bond.

Tra le parabole più deludenti di questi 88esimi Academy Awards va ricordata senz’altro quella scritta da Carol, The Martian e Brooklyn, capaci di mettere insieme 17 candidature totali e di raccogliere lo zero assoluto di premi.

Ma se proprio dobbiamo parlare di delusioni non possiamo non citare Sylvester Stallone, la cui vittoria sembrava scritta nelle stelle: lo “stallone italiano” giungeva alla sua seconda candidatura in carriera 40 anni dopo quella ottenuta (come miglior attore protagonista) per Rocky. Una candidatura ottenuta con la performance forse più acciaccata e nostalgica della sua lunga carriera, nel film – Creed – che sancisce il definitivo tramonto del personaggio e il necessario passaggio di consegne nella saga (al pugile più giovane, figlio del suo acerrimo sfidante). Poteva non vincere? Per l’Academy, che gli ha preferito l’altrettanto bravo ma meno necessario Mark Rylance del Ponte delle spie (dopo Daniel Day-Lewis ecco un altro attore di un film di Spielberg a vincere l’Oscar), sì.

E se l’affermazione come miglior film del Caso Spotlight rimette a posto un po’ di cose che sembravano in discussione dopo gli ultimi allarmanti pronostici, frenando un poco le ambizioni della lobby messicana a Hollywood – ma con Revenant Inarritu bissa l’Oscar alla regia, dopo quello ottenuto lo scorso anno per Birdman – è certamente la vittoria di Di Caprio tra gli attori protagonisti la più grande notizia di questa edizione. Finisce grazie a Dio il più triste tormentone nella storia delle statuette. Di Caprio non si scompone (“Nulla è garantito”) e nel suo discorso prova a far finta di niente parlando di ecosistema e supercazzole. Noblesse oblige e tanta noia. Però in fondo l’Academy se l’è cercata.

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