Omicidi in famiglia

"L'uomo nero è sempre qualcuno che conosci", dici Ami Canaan Mann. Al Lido con il padre Michael, per chiudere il concorso nel segno del delitto
9 Settembre 2011
Omicidi in famiglia

“Sono stata doppiamente fortunata: ho potuto contare su un produttore che era un regista, ed era anche mio padre”. Ami Canaan ringrazia, Michael Mann ricambia con un sorriso di benedizione. Padre e figla sono sbarcati insieme al Lido per presentare l’ultimo film del concorso, il thriller Texas Killing Fields (per l’Italia acquistato da 01), interpretato da Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan, Jessica Chastain e la sempre più sorprendente Chloe Moretz (“Una bambina e un’attrice incredibile”, l’ha definita la regista). Ispirata a una storia vera e scritta dall’ex agente Dea Don Ferrarone, Texas Killing Fields racconta la difficile indagine di due detective chiamati a scoprire il colpevole di una serie di omicidi che hanno insanguinato le paludi attorno a Texas City, ribattezzate in modo sinistro “Killing Fields”. La peculiarità delle vittime è che sono donne e tutte molto giovani: “Mi sono imbattutto in questa brutta storia dieci anni fa – racconta Ferrarone, che all’epoca lavorava per la Dea e si trovava a Texas City per organizzare una task force che si occupasse dei traffici illeciti della zona – ed allora è stata una specie di ossessione. A partire dal 1969 erano stati gettati nelle paludi attorno alla città oltre 50 corpi di giovani e giovanissime donne vittime di violenza sessuale. Ma quello che mi aveva colpito di più era la determinazione di questo detective, Brian (nel film è interpretato da Jeffery Dean Morgan, ndr), che si era preso a cuore il caso e aveva nei confronti delle donne della zona un atteggiamento protettivo. Brian è una persona che emana una forte carica spirituale. Il film è ispirato a lui”.
“Qunado Donald mi ha sottoposto il progetto – interviene Michael Mann – mi sono commosso. La sceneggiatura era corredata da una serie di articoli di giornali che riportavano la mappa dei ritrovamenti e le foto delle giovani donne scomparse. Tra di loro c’era una che aveva fatto la scuola con me da piccola. Quelle foto e quegli occhi non mi hanno più lasciato”. “Era una sceneggiatura meravigliosa, con una forte componente grafica – conferma Ami Canaan Mann -. Volevo creare qualcosa capace di sedurre, un’atmosfera alla Picnic ad Hanging Rock, che infondesse nel pubblico il desiderio di scoprire cosa era accaduto a Texas City in quegli anni. Le paludi attorno a Texas City ti attraggono e ti respingono, hanno qualcosa di enigmatico e sembrano popolate dai fantasmi. Non acaso erano abitate da tribù indiane dedite al cannibalismo”. La location è stata in effetti assai determinante per la realizzazione del progetto: “Abbiamo girato in Louisiana che ha molti punti di contatto con il Texas. Prima di filmare – racconta la regista – io e mia sorella abbiamo fatto tutta una serie di sopralluoghi, ricerche, foto. A impressionarci di più erano stati gli alberi della zona attorno alle paludi, belli e scheletrici. Ci sembravano rappresentassero alla perfezione le vittime. E poi quella natura fluida, salmastra, emanava un forte odore di morte. Il film è partito proprio da questi elementi naturalistici e altamente evocativi”.
Texas Killing Fields non è solo un poliziesco, ma un film sui reietti: “La provenienza sociale della maggior parte delle vittime – ammette la Mann – era il sottoproletariato urbano. La differenza di classe è un elemento centrale di questo lavoro”. Che, a sentire il padre, ha una precisa connotazione femminile: “Ami è una madre, e la prospettiva materna è ciò che distingue maggiormente questo film da uno qualunque dei miei”. Un’altra componente fortemente avvertibile nel progetto è la ricerca di un estremo realismo: “I miei attori – ricorda la Mann – dovevano recarsi veramente all’obitorio se questo era richiesto dalla sceneggiatura. E poi volevo che i luoghi, le facce, fossero assolutamente credibili. Avvertivo come un imperativo morale il fatto che lo spettatore pensasse di trovarsi veramente lì, a Texas City, in quegli anni, con quelle persone”. E, sempre a proposito di imperativi morali, la regista ha trattato le vittime in una maniera assai particolare: “In genere nei gialli le vittime sono morte e basta, mezzi per arrivare a qualcos’altro, elementi di spettacolarizzazione. Io volevo invece rendere la loro presenza tangibile, così non solo ho insistito nel voler riprenderne i volti, ma ho dato loro anche una voce, grazie all’espediente delle telefonate fatte al detective dall’assassino nel momento in cui sta per compiere un delitto. Ho pensato che quella voce fosse la stessa che Brian ha sentito dentro di sè in tutti questi anni. La voce di una vittima che lo implorava di aiutarla”. La cosa terrificante, conclude la Mann, è che i carnefici di queste vittime provengono spesso dallo stesso ambiente, dalla stessa famiglia: “L’uomo nero è sempre qualcuno che conosci”.

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