Olmi, “il tempio è la comunità”

"I cattolici si ricordino più spesso di essere anche cristiani", dice il regista. Applaudito, fuori concorso, con Il villaggio di cartone
6 Settembre 2011
Olmi, “il tempio è la comunità”
Ermanno Olmi sul set de Il villaggio di cartone

(Cinematografo.it/Adnkronos) – “Vorrei suggerire ai cattolici – e io sono tra questi – di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana”. Ermanno Olmi sintetizza così il significato del film Il villaggio di cartone, che accompagna oggi fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e che subito si impone come uno dei suoi capolavori.Il maestro 80enne porta al Lido la storia di un vecchio prete (interpretato da Michael Lonsdale), per tanti anni parroco in una chiesa, che adesso viene dismessa perché non serve più. La chiesa viene dunque svuotata dei suoi oggetti di valore, quadri dei santi e
addobbi, fino al Crocefisso che sovrasta la navata. Ma dopo l’iniziale senso di vuoto incolmabile, il sacerdote ritrova, proprio in quell’edificio spogliato da ogni bene, una sacralità non considerata prima. La chiesa nuda diventerà il rifugio di un gruppo di immigrati
clandestini. “Piu’ la Chiesa, la casa e noi tutti ci liberiamo degli orpelli, meglio è. Sennò siamo maschere, uomini di cartone”, dice
Olmi, accolto da tanti applausi sia nella proiezione anticipata per la stampa di questa mattina che nella sala conferenze del Palazzo del Casino.Olmi, “cattolico del dubbio” da sempre, porta sul grande schermo con grande poesia un uomo di chiesa (il parroco interpretato da Lonsdale) tormentato da interrogativi fondamentali anche a tantissimi anni dall’investitura sacerdotale: lo sguardo incrociato con una donna poco dopo la vocazione e la difficoltà a pregare davanti ad un crocifisso, simulacro di una realtà troppo lontana. “La vera fede – sottolinea il regista – la cultura ideale la si ha solo quando il peso dei dubbi è maggiore delle nostre certezze. Dobbiamo pensare in proprio, sempre. Anche essendo religiosi ci si pongono domande, ci si devono porre domande”.
A chi gli chiede polemico se con il suo film non rischi di ridurre il Cattolicesimo alla sola accoglienza, Olmi risponde perentorio: “Sia cosi’ cortese da dirmi cos’è più importante dell’accoglienza? Cosa? La sacralità dei simboli? Il simbolo deve rimandare ad una realtà di carne per avere valore. Non è possibile che ci genuflettiamo davanti ad un Cristo di cartone o di legno e poi non abbiamo solidarietà per chi soffre. E’ troppo comodo”, aggiunge Olmi, scatenando un’ovazione. “Questa convinzione è la mia forza”, prosegue.
Sulla scelta di includere nel gruppo di migranti che trova asilo nella chiesa anche una terrorista con cintura di esplosivo già pronta, che convincerà un giovane ad indossarla, Olmi spiega: “Il mio non è un film realistico ed ogni presenza è simbolica. Il ragazzo, suggestionato dalle parole della terrorista, decide di accettare l’atto violento come un dovere per non dialogare con l’altro. Esattamente come il sacrestano (interpretato da Rutger Hauer, che Olmi ritrova a 23 anni da La Leggenda del Santo Bevitore, ndr) denuncia i clandestini per paura di aprire la porta della sua casa senza chiedere a tutti: chi sei? Da dove vieni? Solo nel confronto e nel dialogo con gli altri possiamo capire chi siamo”, dice Olmi.
I selezionatori del festival veneziano avrebbero voluto il film in concorso ma Olmi non ha accettato di competere per il Leone d’Oro, dopo aver ricevuto dalla Mostra, nel 2008, quello alla carriera. “Alla mia età non corro più”, dice il maestro. Ma dopo aver visto il film si capisce l’insistenza degli organizzatori del festival veneziano.

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