Nella Terra dell’abbastanza

Portiamo sullo schermo "il limbo in cui si galleggia, tra speranza, ambizione, disperazione", dicono i gemelli Fabio e Damiano D'Innocenzo. In Panorama a Berlino 68
Nella Terra dell’abbastanza
I due registi Damiano e Fabio D Innocenzo

Gomorra sbarca a Roma con il debutto  dei due registi romani, i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo nella sezione Panorama di Berlino 68 con La terra dell’abbastanza (Boys Cry).

Una coppia di amici nell’estrema periferia romana (difficile a credersi per i giornalisti internazionali che Roma sia anche simile a uno slum) sono bravi ragazzi fino al momento in cui, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l’uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati un ruolo, il rispetto ed il denaro che non hanno mai avuto.

Per quel milieu malavitoso cominciano a lavorare come killer occasionali. Una perdita dell’innocenza repentina: da normali ragazzi di periferia ad assassini a chiamata nel giro di una notte. La terra dell’abbastanza è immerso in un mondo che ricorda quello di Claudio Caligari, Amore tossico e Non essere cattivo. I due registi lo descrivono “un film sull’amicizia in un luogo dove la sconfitta è già scritta”.

Bravi i due attori scelti per interpretare i protagonisti, Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti: “Di Matteo ci ha colpito il suo ‘prendere a mozzichi’ la vita, in Andrea abbiamo trovato l’anima malinconica che cercavamo”, dicono i registi.

Ad affiancare i giovani attori c’è Max Tortora, convincente nel ruolo del padre rassegnato di uno dei due che inconsapevolmente li indirizzerà alla scelta sbagliata, mentre Milena Mancini è la madre dell’altro. C’è anche Luca Zingaretti in versione criminale.

“Nel film volevano parlare degli ultimi e dei penultimi della società, ma non c’è nessuno spunto autobiografico”. I due gemelli registi vengono dalla periferia romana e conoscono, dicono, cosa significhi vivere senza luce e con il frigo vuoto.

I registi Fabio e Damiano d’Innocenzo con il cast

“Senza luce in casa si parla, si raccontano storie, si sviluppa l’immaginazione”. Damiano: “Una famiglia economicamente umile, unitissima, abbiamo un fratello che fa lo chef e una sorella impegnata politicamente e ha un centro culturale. Noi due siamo del tutto apolitici. Una famiglia stimolante dal punto di vista intellettuale. In casa c’erano libri di Pasolini, Camus, Bukowski”.

Il cinema per loro erano i VHS, le videocassette di Kubrick, Coppola, Scorsese. Poi Gus Van Sant, Kitano. Damiano: “La prima volta che andammo al cinema fu ad Anzio, a vedere Titanic. Abbiamo vissuto in tutti i posti vicino Roma dove si poteva pagare un affitto basso, Lavinio, Nettuno”.

Ma quando è entrato il cinema nella vostra vita? “Otto anni fa abbiamo mandato, tramite un regista il cui indirizzo abbiamo trovato sul web, Romano Scavolini, una sceneggiatura a Los Angeles, la storia di un ex poliziotto; ne uscì fuori Two Days, un film da cui non abbiamo preso un centesimo. Nel nostro cinema vogliamo rappresentare anche il brutto. Abbiamo studiato poco e imparato tanto dalla strada”.

Cos’è l’abbastanza del vostro titolo? “È il limbo in cui si galleggia, tra speranza, ambizione, disperazione; è il né troppo né poco”.

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