Nella Tana con Beatrice Baldacci

L'opera prima targata Biennale College nelle sale dal 28 aprile: "Il titolo è metaforico, indica un luogo al tempo stesso rassicurante e pericoloso", dice la regista. Che torna sulle tematiche già accennate nel suo cortometraggio precedente
Nella Tana con Beatrice Baldacci
La regista Beatrice Baldacci sul set de La tana

S’intitola La tana: “Il significato è metaforico: è quel luogo rassicurante, ma anche pericoloso, dove gli animali quando hanno paura si vanno a nascondere”. È l’opera prima di Beatrice Baldacci, che torna sul tema affrontato nel suo corto Supereroi senza superpoteri (menzione speciale Fedic come miglior cortometraggio della Mostra del Cinema di Venezia, sezione Orizzonti, nel 2019).

“Il corto era autobiografico. Esploravo il tema del rapporto tra una madre e una figlia quando nel mezzo ci si mette una malattia grave. Avevo usato immagini molto personali quali vecchi vhs miei familiari. Sentivo che il tema non l’avevo abbastanza sviscerato. C’era qualcosa che mi premeva raccontare ancora, in un’ottica diversa: non autobiografica, ma di finzione”, spiega la regista.

Per cui questa volta protagonisti sono due giovani attori: Lorenzo Aloi e Irene Vetere, nei panni di Giulio e Lia, due personaggi opposti che si incontrano in una campagna sperduta nel nulla semplicemente perché le loro case si trovano una di fronte all’altra. Nel cast anche Hélène Nardini, nel ruolo della madre malata di Lia.

“Irene Vetere l’avevo vista nel film di Virzì Notti Magiche, lì era un po’ svampita – racconta Beatrice Baldacci-. Mi aveva catturato il suo modo intimo di recitare e il suo sguardo che nasconde una sofferenza, agghiacciante ma al tempo stesso familiare. L’ho contattata su Instagram e le ho detto che senza di lei non avrei fatto il film e lei fortunatamente ha accettato. Lorenzo Aloi, dopo vari provini e casting, l’ho scelto perché aveva un volto angelico e era perfetto in contrasto con Irene”.

La tana – Irene Vetere e Lorenzo Aloi

Difficile trovare la location del film: “L’ho scritto pensando ad alcuni luoghi della mia infanzia che si trovano in Umbria. Mia nonna aveva una casa in campagna molto isolata e di fronte c’era un casale misterioso sempre vuoto. Per via della pandemia e questioni di budget alla fine ho dovuto però optare per le campagne romane. Paradossalmente non siamo riusciti a trovare due case vicine che si guardavano. Alla fine abbiamo risolto con un escamotage cinematografico perché in realtà le due case sono distanti 60 km: quella di Giulio è a Fara in Sabina e quella di Lia invece si trova vicino Velletri. La scena della scogliera a picco sul mare invece è stata girata alla solfatara di Pomezia, in una vecchia cava”.

Il film affronta trasversalmente anche il tema dell’eutanasia. “Dopo che il referendum è stato bocciato sono rimasta delusa perché penso che discuterne sia un grande segno di civiltà- commenta-.  Sono contenta che almeno del suicidio assistito se ne stia parlando e magari prima o poi, sempre con i nostri lunghi tempi italiani, parleremo di eutanasia. Il mio non è però un film a tesi sull’eutanasia. Per me l’importante è semplicemente che alla fine susciti una riflessione su un argomento che divide molto”.

Presenti anche tante immagini un po’ sgranate di fiori ed altri particolari. “Sono riprese fatte con il cellulare e per quello risultano diverse da tutto il film. Mi piacciono le immagini amatoriali e cerco sempre di mescolare delle immagini che diano anche un significato emotivo e non solo narrativo. Questo mi permette di entrare nell’intimità di chi riprende, quindi in questo caso del personaggio di Lia perché è lei che riprende con il cellulare. Mi sembra una sorta di esposizione dell’inconscio”.

Realizzato nell’ambito di Biennale College e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno scorso e successivamente ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, dove ha vinto il Premio Raffaella Fioretta per il Cinema Italiano, il film uscirà nelle sale il 28 aprile distribuito da PFA di Pierfrancesco Aiello. Una scelta senza dubbio coraggiosa in questo momento storico.

“Dopo averlo visto proiettato sul grande schermo a Venezia io e il produttore Andrea Gori abbiamo subito deciso che doveva uscire in sala. Certamente non è una cosa scontata, anzi è un piccolo miracolo per un film così low budget”, commenta la regista, appena tornata da Los Angeles dove ha frequentato una residenza artistica di formazione con i Golden Globe Film Festival e che già sta lavorando al suo prossimo progetto: “Sarà un altro film sulle dinamiche familiari”.

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