Nel deserto con Suki Waterhouse

“E’ stato come aver abbandonato il pianeta per un po’ di tempo”, dice la modella-attrice. Protagonista in The Bad Batch di Ana Lily Amirpour
Nel deserto con Suki Waterhouse
Suki Waterhouse

“E’ come se mi fosse stata rubata la vita per un po’, come se avessi lasciato il pianeta per un determinato lasso di tempo. Ma è stata un’esperienza che continua a vivere con me”. Suki Waterhouse racconta così quello che è stato, per lei, lavorare in The Bad Batch, l’opera seconda di Ana Lily Amirpour che la Mostra di Venezia ospita oggi in Concorso.

“Volevo entrare nel mondo di Lily non appena l’ho conosciuta. Sono rimasta sorpresa mi avesse scelto. ‘Questa sarà un’esperienza che ti farà soffrire più di quanto tu abbia mai sofferto prima’, mi ha detto quando abbiamo iniziato a parlare del film. Ed eravamo in un ristorante messicano con davanti un piatto di fagioli molto piccanti…”, racconta ancora la Waterhouse.

The Bad Batch

The Bad Batch

La giovane modella – che sul grande schermo abbiamo già visto in PPZ – Pride + Prejudice + Zombies, Scrivimi ancora e in The Divergent Series: Insurgent – in The Bad Batch interpreta Arlen, tra i reietti del “lotto difettoso”, costretta a vagare nell’outback texano. Dove sarà facile preda di una comunità di cannibali, prima di riuscire a fuggire (mutilata di un braccio e una gamba) verso Comfort, luogo dove gli altri scarti della società possono vivere in pace, venerando il Sogno, The Dream (interpretato da Keanu Reeves).

La regista Ana Lily Armirpour

La regista Ana Lily Armirpour

“Dopo A Girl Walks Home Alone at Night volevo fare un western ambientato nel deserto”, spiega la regista, che sul processo creativo dell’opera aggiunge: “E’ come provare a spiegare come si fa sesso, e lo stesso per quanto mi riguarda vale per la scelta della colonna sonora visto che la musica fa parte della mia vita ogni giorno, a tutte le ore. Fondamentalmente, cerco di fare del cinema che seduca in primis me stessa, che mi prenda allo stomaco”.

Jason Momoa e Suki Waterhouse

Jason Momoa e Suki Waterhouse

Una “storia d’amore e cannibalismo”, se vogliamo, con il gigantesco Jason Momoa nella parte del coprotagonista e Jim Carrey, irriconoscibile, personaggio senza parola che vaga nel deserto: “Per me è come se il film fosse una favola, una storia anche d’azione ambientata nel deserto. Dove due personaggi asincronici si scontrano e alla fine s’incontrano”, dice ancora la regista, che si stizzisce nel momento in cui si solleva l’argomento legato alla violenza ‘esibita’: “La violenza c’è in così tante cose. Trovo assurdo che mi si domandi se mi serve metterla nei film. La musica che fa ballare me magari ad altri non dice nulla, non li scuote. C’è qualcuno che vorrebbe eliminare la violenza dall’arte, dai film? Qualcuno che crede che questa violenza sia gratuita? Qualcuno che vuole bandire la violenza dai film? Buona fortuna”.

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