Mungiu, la morale del compromesso

"Volevamo costruire una società migliore ma abbiamo fallito", dichiara il regista rumeno. In Italia per presentare "Un padre, una figlia"
Mungiu, la morale del compromesso

Il compromesso va spesso a braccetto con la rassegnazione. Piegarsi perché non si può fare altrimenti. C’è un passaggio nell’ultimo disperante film di Cristian Mungiu, Un padre, una figlia, che vale più di ogni analisi sociologica.
E’ quando la moglie chiede a Romeo – l’affaccendato medico protagonista che ha appena tradito la sua integrità morale per aiutare la figlia alle prese con un delicatissimo esame di maturità (dall’esito dipende una borsa di studio a Cambridge) – che ne è dei valori in cui hanno creduto e degli insegnamenti che hanno trasmesso. E Romeo risponde: “Valgono, ma non in Romania. Qui bisogna giocare con le armi usate da tutti”.
Un bell’attestato di sfiducia prima ancora che di pigrizia morale. Il nodo non è tanto la corruzione di un sistema, il paese Romania, ma quale atteggiamento morale assumere rispetto ai suoi guasti: “All’indomani della caduta di Ceausescu, noi romeni avevamo una grande opportunità. Purtroppo la rivoluzione è stata tradita: nessuno discute la sua portata storica, ma gli individui sono rimasti gli stessi”, afferma Mungiu, a Romaper presentare il film (miglior regia a Cannes 2016) in uscita il prossimo 30 agosto con Bim.
“Il punto è che gli esseri umani sono impazienti, vogliono tutto e subito. Non sanno costruire pian piano una società migliore per il futuro. Sono come il padre del film, disposto a fare di tutto pur di far uscire dal paese la figlia. Come se la felicità fosse già apparecchiata altrove”.
Mungiu non crede nel paese dell’utopia né in soluzioni facili per il futuro: “Faccio il regista, cerco la verità, non un finale consolatorio. Quello che vedo è un mondo che, pur globalizzato, diventa sempre più piccolo, un mondo nel quale è impossibile trovare un riparo. Vedo individui sempre più irragionevoli, vedo crescere i fanatismi. E onestamente non so dire se le nuove generazioni sapranno invertire la rotta. Se anche educandole secondo giustizia agirebbero di conseguenza. Lo spero, ma non ne sono sicuro”.
Di certo non si esce da questo circolo vizioso “se l’individuo non s’interroga seriamente, ragionevolmente, sul suo posto nel mondo, sulla possibilità d’incidere e di cambiarlo in meglio. Non basta un uomo solo, ci vuole uno sforzo collettivo”.

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