Müller senza paura

Parla il direttore della Mostra: spazio ai divi, al cinema d'autore e a quello commerciale. In piena indipendenza
30 Agosto 2004
Müller senza paura

Signor Müller, che cosa si aspetta dalla sua prima Mostra?
Che sia la combinazione di tutti gli elementi che ho ricavato dalla memoria storica del festival. Ho incominciato a collaborare con Venezia negli anni di Lizzani, sono stato maggiormente coinvolto in quelli di Biraghi. Penso alle innovazioni che hanno introdotto, alle linee guida che hanno fatto della Mostra uno dei festival più importanti del mondo. Ho consultato con grande interesse e passione la lezione di Pontecorvo e Barbera, ma il mio obiettivo era ricollegarmi alla storia della Mostra del Cinema.

In che modo?
Valorizzando le componenti forti del Festival. Che senza dubbio sono: la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, cioè la Mostra degli autori; la parte artistico-commerciale, quindi i registi che riescono a praticare un cinema estremamente personale anche all’interno di un sistema industriale e in particolare chi riesce ancora a fare i film di genere, che stanno scomparendo. Il terzo elemento è la Mostra delle scoperte, che esplora territori poco frequentati.

Territori intesi come paesi o come sperimentazione?
E’ un termine che ha molte connotazioni, noi pensiamo voglia dire anche cinema ad alta definizione. Abbiamo creato un concorso “digitale” che in pochi capiscono. Non basta girare un film in Mini DV per poter partecipare. E’ una scommessa su chi ha pensato anche alla distribuzione nelle sale.

Ricapitolando: i criteri a cui si è ispirato per la selezione dei film sono il cinema artistico -commerciale e di genere, d’autore e le scoperte.
Soprattutto la ricerca, anche di nuovi cineasti, è uno dei motivi conduttori del Festival. Abbiamo trovato un film di “Mezzanotte” molto sorprendente, su un pezzo di mondo, la Malesia, che la Mostra non aveva mai frequentato: La principessa del monte Ledang di Saw Teong Hin Abbiamo scovato chi fa cinema in alta definizione, anche dal punto di vista linguistico. Non si tratta di sperimentazione: qualsiasi cineasta sognerebbe di avere tra le mani una tavolozza elettronica che permette di fare acrobazie pittoriche strepitose. Per non parlare della resa finale: una proiezione in 4k è persino più incisiva di quella in 35 millimetri.

E noi li vedremo così?
Almeno in 2k. Ci saranno delle sorprese anche dal punto di vista tecnico.

Il suo cavallo vincente?
Non ho ricette, l’unica che ho applicato anche nella scelta dei film è il binomio cuore-testa perché il cinema è innanzitutto emozioni.

Quale situazione ha trovato sul versante italiano?
Tanti film. Belli, meno belli, ambiziosi e curiosi, non riusciti e basta. Per me è stato come mettere le mani in un mare magno, l’ultima esperienza di festival che avevo fatto prima di dedicarmi completamente alla produzione era Locarno, dove vengono proposti un terzo degli italiani che di solito arrivano a Venezia.

L’abbondanza di offerta vi ha consentito una migliore allocazione delle risorse?
Tre sono in concorso (Le chiavi di casa di Gianni Amelio, Ovunque sei di Michele Placido e Lavorare con lentezza di Guido Chiesa) e tre in Orizzonti (Saimir di Francesco Munzi, Vento di terra di Giuseppe Marra e Te lo leggo negli occhi di Valia Santella). Ma c’è anche qualcosa in Cinema Digitale (Un silenzio particolare di Stefano Rulli) e in Mezzanotte: non era giusto negare ai film italiani (Occhi di cristallo di Eros Puglielli, Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio) la possibilità di essere collocati in una sezione solitamente riservata agli americani.

Qualche rammarico?
Life Aquatic di Wes Anderson: stanno ancora discutendo sulla versione definitiva. E The Aviator, che credo sarà uno dei film più belli di Martin Scorsese. Tanto per cambiare, non si sono ancora messi d’accordo con la Miramax sul montaggio finale. Non sarà pronto prima di novembre.

In sintesi: rottura col passato e recupero della memoria storica?
Ho avuto la fortuna di trascorrere molti giorni della mia giovinezza nella casa di uno dei più grandi compositori di musica per il cinema, Angelo Francesco Lavagnino, il maestro di Morricone. Mi sono ricordato di quando raccontava della Venezia degli anni Sessanta, dei gala…

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