Monica Bellucci, Irréversible

"Oggi ci rifletterei due volte prima di accettare un film così potente", dice l'attrice italiana. A Venezia 76 per il nuovo montaggio dell'opera scandalo di Gaspar Noé
Monica Bellucci, Irréversible
Monica Bellucci - Foto Margherita Bagnara

(Cinematografo.it/Adnkronos) – “Quando mi chiedono di fare un film penso molto a come le mie figlie possano reagire, sia loro che il loro contesto di quando vanno a scuola. Oggi ci rifletterei due volte prima di accettare una cosa così potente”.

Lo ha detto Monica Bellucci durante un incontro riservato con i giornalisti al Lido, commentando la riedizione senza tagli del suo film più scabroso, Irréversible, in cui recitò insieme all’allora marito Vincent Cassel e in cui interpreta una donna vittima di un ferocissimo stupro.

La pellicola di Gaspar Noè viene presentata oggi alla Mostra di Venezia fuori concorso con un nuovo montaggio e in versione integrale. “Forse ne parlerei con le mie figlie prima di accettare”, ha aggiunto l’attrice.

E’ un film dove c’è un forte “contrasto fra bellezza e violenza, tratta di temi molto polemici ma siamo in un momento in cui questi temi vanno affrontati. Quindi se un film di questo tipo ci permette di parlare di cose scottanti, ben venga”.

Il film racconta uno stupro con immagini di terribile violenza e all’epoca, nel 2002, fece molto scalpore. “Oggi ho dei figli e rispetto a 17 anni fa vedo che c’è un’apertura maggiore nel parlare di cose scottanti. Secondo me la questione non è quella di fare una guerra con gli uomini ma di trovare elementi che possono far evolvere il rapporto fra uomo e donna”.

Secondo l’attrice umbra “le cose stanno cambiando”, e come tutte le madri “auguro alle mie figlie un mondo migliore dove ci sia meno paura di parlare”.

La Bellucci insiste molto sulla funzione di film di denuncia come Irreversibile, nonostante sia stata una “esperienza molto forte sia dal punto di vista personale che professionale”: “Mi rendo conto oggi che tante volte ho interpretato ruoli in cui c’è una donna in un mondo di uomini che deve fare la sua guerra personale, quindi inconsciamente penso di aver fatto un lavoro importante”, dice. E sottolinea di aver “scelto di far questa storia perché ho raccontato la violenza ma non ne ho subita alcuna, abbiamo provato la scena non so quante volte, io ero libera da ogni rischio, il mio corpo era nel poter assoluto delle mie mani. Avevo quel distacco dal corpo che mi ha permesso di fare una realistica trasposizione della realtà”.

“Nelle scene con Vincent c’è stata improvvisazione ma relativa, perché le abbiamo ripetute talmente tante volte”, ricorda Monica, che però “Siamo riusciti a fare delle sequenze di venti minuti di fila e questo al cinema non succede mai, quindi esperienza incredibile: una libertà che succede solo a teatro”. La scena del tunnel, quella dove avviene lo stupro, non è solo violenza sessuale “ma anche fisica: dovevo sapere esattamente come girarmi, come muovermi. Se quei colpi li avessi presi davvero sarei morta”.

Un lavoro enorme, insomma, ma -conclude la Bellucci- facciamo il cinema perché ci piace prendere rischi, raccontare storie forti e se se ne fa un buon uso, si riesce a toccare argomenti che ci fanno evolvere”.

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