Articolo pubblicato sul numero 1-2 della Rivista del Cinematografo 2019

 

Dopo aver esplorato le nebulose delle “foolish wives” (2017) e delle “powerful women” (2018), quest’anno il nostro teleobiettivo punterà verso una galassia apparentemente più vicina a noi: protagoniste saranno, infatti, le dive più iconiche nella storia del cinema italiano.

Il primo incontro ravvicinato è con un corpo celeste anomalo: quello della divina Monica Vitti, al secolo Maria Luisa Ceciarelli, regina della commedia all’italiana (indimenticabili certe scene in coppia con Alberto Sordi) e musa indiscussa del cinema d’autore. Quando nel 1960 la sua popolarità esplode, grazie al personaggio di Claudia ne L’avventura di Michelangelo Antonioni, Monica rappresenta il Nuovo.

La stagione delle maggiorate si è appena conclusa e, nella rigogliosa selva dei giunonici corpi-paesaggio del cinema popolare (si pensi a Mangano, Loren, Lollobrigida), Monica appare decontestualizzata e priva di qualsiasi carattere di italianità: rispetto al minimalismo di Lucia Bosè (la prima diva plasmata dal pigmalione Antonioni), l’essenzialità di Vitti è quasi eccessiva: bionda, diafana, piena di lentiggini e capelli, il suo viso è poco armonico – ha un naso importante, labbra fin troppo carnose e due lunghissimi occhi fiammeggianti – e nella sua voce screziata riecheggiano sonorità complesse.

Non è una pin-up, una miss, la tipica bellezza in voga negli anni Cinquanta, ma un’attrice con una solida formazione teatrale alle spalle. È stata definita inquietante, imprevista, perché fin da subito si pone nel solco di una femminilità differente, moderna, libera, consapevole, contestatrice: i personaggi da lei interpretati nella celebre tetralogia antonioniana – oltre al già citato L’avventura, Vitti compare anche nei successivi La notte (1961), L’eclisse (1962) e Il deserto rosso (1964) – rivoluzionano l’immagine convenzionale, nonché bidimensionale, della donna italiana (moglie-amante, madre-suora) proiettandola nell’universo poliedrico della cosiddetta “malattia dei sentimenti”.

Francisco Rabal e Monica Vitti - L' eclisse (WEBPHOTO)

E se, fin troppo spesso, la vulgata ha liquidato ironicamente lo spessore psicologico delle donne di Antonioni, sfruttando una battuta pronunciata proprio da Monica nel Deserto rosso – “Mi fanno male i capelli” – è pur vero che ci troviamo di fronte alla creazione di un vero e proprio enigma fotogenico, che attraverso il sodalizio cinematografico e umano con questa superba attrice si è espresso nella sua forma stilistica migliore: nella visione del regista di Ferrara, l’essere femminile è una guida, una sorta di medium poetico di cui servirsi nel tentativo di decifrare la realtà.

Per questo motivo la macchina da presa la segue in maniera così insistente, quasi volesse farne uno schizzo o, semplicemente, sfiorarla, accarezzarne la pelle. Potremmo quindi azzardare che i capelli vivi e folli di Monica fungano da cassa di risonanza al dramma dell’alienazione, dell’incomunicabilità, dello scetticismo. Una vera e propria icona in purezza che ha illuminato le generazioni successive con il suo biondo mistero.