“Mine” vaganti

Un film che più americano non potrebbe diretto da due registi emergenti italiani, Fabio & Fabio: "Il piede fermo sull'ordigno metafora della nostra situazione a Hollywood"
28 Settembre 2016
Al cinema, In evidenza
“Mine” vaganti

Si sono conosciuti in un liceo di San Donato Milanese Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, in arte Fabio & Fabio. Oltre agli studi condividevano alcune passioni: il fumetto (“Amavamo Dylan Dog e all’inizio volevamo soprattutto disegnare”), la musica (“Al liceo abbiamo conosciuto anche il compositore dei nostri film, Andrea Bonini”), il cinema (“Siamo cresciuti con gli spaghetti western, con i cartoon giapponesi, con Spielberg e Zemeckis”). Poi è arrivato Matrix: “Lì abbiamo capito che dovevamo provare a realizzare un corto”.

Il corto lo hanno poi girato, genere fantascienza come il film dei Wachowski, titolo E:D:E:N. Gira tra i festival, ottiene diversi riconoscimenti. Ma è solo con il successivo short, Afterville, vincitore del Sitges al Festival di Catalunya (2008), che arriva la grande occasione: la Fox americana si mette in contatto con loro perché interessata a ricavarne un lungometraggio. I due amici sbarcano negli States dove sviluppano tutta una serie di progetti, “la maggior parte dei quali non vede mai la luce”. Non se ne stanno con le mani in mano: li rappresenta la CAA, la talent agency più importante di Hollywood, mentre il management americano è affidato alla The Safran Company, la stessa dietro Buried e The Conjuring.

Nel 2011 realizzano il loro primo lungometraggio True Love, co-prodotto da Italia e USA e venduto in 70 paesi. Si tratta di un thriller claustrofobico in cui i contraccolpi esterni riflettono i conflitti interni ai personaggi. Che è un po’ quello che avviene anche con Mine, il film che Eagle porterà in 200 sale italiane dal 6 ottobre (in America uscirà invece il prossimo anno). “Anche in questo caso – ripetono all’unisono – il genere è la lingua per comunicare a quanti più spettatori possibili qualcosa di intimo e personale“. Pure qui le difficoltà che il protagonista deve affrontare sono speculari ai suoi rovelli interiori, e “mentre il personaggio cambia letteralmente pelle e il suo spirito si trasforma, anche il film muta passando dal war-movie al survival-movie”.

Armie Hammer in Mine

Armie Hammer in Mine 2016

L’eroe della storia è un soldato USA in azione in Medio Oriente. Mentre batte la ritirata finisce in un campo minato nel bel mezzo del deserto. Più precisamente è il suo anfibio sinistro a calpestare una mina antiuomo nascosta sotto la sabbia: se solleva il piedone è spacciato. Tutto il film è una variazione sul tema: “E ora?”, inframezzata da flashback, proiezioni e deliri direttamente e indirettamente causati dall’esposizione al sole, l’arsura e altre varie ed eventuali catastrofi biochimiche. La star del film è Armie Hammer, già noto per The Social Network e The Lone Ranger, uno con la faccia sempre sorridente, ragazzone modello Beverly Hills, di sicuro non la nostra prima scelta, che invece ha creduto da subito alla sceneggiatura rivelandosi perfetto per la parte”. Al suo fianco un cast tutto inglese, costituito da Tom Cullen (Downton Abbey), Annabelle Wallis (Annabelle) e Clint Dyer.

Co-prodotto da Italia, Spagna e Stati Uniti, Mine ricalca il filone dei film “trappola” alla 127 ore e Buried (anche quest’ultimo prodotto del resto da Peter Safran), sembra addirittura calligrafico rispetto a un war movie di due anni fa, il francese Piégé (“quando lo abbiamo scoperto per poco non ci veniva un infarto, ma vedendolo abbiamo capito che dal punto di vista formale e sostanziale era un’altra cosa”) e dimostra che esiste in Italia una generazione, quella cresciuta con l’immaginario anni ’80, capace di confrontarsi senza complessi d’inferiorità con gli archetipi del racconto cinematografico hollywoodiano, dove fondamentale è il ruolo dello storyboard.
“Solo chi prepara tutto è libero d’improvvisare”, dicono a mo’ di motto. Che fa il paio con l’altro: “di genere sì, ma con un tocco d’autore”.
Come dire: americani si diventa, italiani si resta.

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