Mezzogiorno cambia tutto

L'attrice ladruncola per Notturno Bus con Valerio Mastandrea: "Sono in fuga e diffidente come la mia Leila"
7 Maggio 2007
Mezzogiorno cambia tutto

Una ladruncola scaltra e senza scrupoli, che narcotizza i clienti per sopravvivere. E’ l’inedito ruolo di Giovanna Mezzogiorno in Notturno Bus, noir metropolitano in sala dall’11 maggio, in cui affianca Valerio Mastandrea nella parte di un autista d’autobus. A impreziosire il film, accanto alla partecipazione di Ivan Franek, Gianfranco Pannofino ed Ennio Fantastichini, anche il brano La paranza presentato da Daniele Silvestri all’ultimo festival di Sanremo. “Anch’io sono ricorsa alla seduzione per intenerire un uomo e ottenere qualcosa – racconta la Mezzogiorno -, ma credo come ogni donna. Ad avvicinarmi a lei è stato piuttosto il suo essere così diffidente e sola al mondo. Mi intenerisce e fa simpatia, perché un po’ mi ci riconosco. Non condivido la sua sfiducia, ma sono anch’io sempre all’erta. Difficilmente mi abbandono e sto anzi sempre col piede pronto sul freno”. A indurla ad abbandonarsi e cambiare decisamente rotta, rispetto ai personaggi a cui ci aveva finora abituato, è stata in questo caso la regia di Davide Marengo. Noto al pubblico per lo sperimentale Craj, con Teresa De Sio e l’ex leader dei CSI Giovanni Lindo Ferretti, il giovane autore ha così ufficialmente debuttato nel lungometraggio di fiction.
Da poco reduce da L’amore ai tempi del colera, in cui è stata diretta dal Mike Newell di Donnie Brasco e Quattro matrimoni e un funerale, la Mezzogiorno sorprende nel film per metamorfosi, prova d’attrice e coraggio con cui si presta all’opera prima di Marengo: “Conoscevo il suo lavoro e sapevo quindi che poteva essere il regista giusto. Il suo modo di girare si sposa perfettamente a un film del genere: d’azione, di movimento, col montaggio rapido. Non è uno di quelli ‘attoriali’ che ti punta addosso la macchina fissa. E poi ha un gran senso della commedia e della suggestione, sia emotiva che visiva”. Al centro della storia, ispirata all’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi, è la rocambolesca caccia a un preziosissimo chip, in cui la sua Leila resta coinvolta insieme all’autista d’autobus Mastandrea, che recluta e raggira per aiutarla nella fuga. I due finiscono nel mezzo di una lotta senza esclusione di colpi, fra loschi dirigenti dei servizi e spietati criminali, disposti a tutto.
“Se siamo riusciti a evitare il fumettone – racconta l’attrice – è stato grazie al contributo di tutti. Davide aveva molto chiara l’estetica e la confezione. Io e Valerio abbiamo lavorato a fondo sui personaggi per mantenere un certo equilibrio. Sarebbe bastato spingere un po’ più in una direzione o in un’altra, perché l’intera storia assumesse toni irreali e perdesse la sua emozione”.
Per la prima volta sul set con Mastandrea, la Mezzogiorno parla di lui come di vera e propria folgorazione: “E’ il Tim Roth italiano – dice -. Molto contemplativo, interiore, sempre ‘a togliere’ ma con grande ironia”. Il compagno di set ricambia stima e complimenti, sottolineando l’efficacia dell’inedito assortimento: “Due come noi, diametralmente opposti, credo abbiano rappresentato una risorsa importante. Io così ‘caciarone’, lei così professionale e distaccata: è stato uno scambio reciproco, che penso abbia fatto bene anche alla storia. Io ne sono uscito con un ‘volemose meno bene’ lei accorciando un po’ le distanze”. Fra i due un’intesa spontanea, che  si è tradotta in momenti di grandissimo divertimento: “Ridevamo talmente tanto, che il primo ciak insieme non siamo neanche riusciti a girarlo. Era una delle scene finali. Lei era sempre piegata in due e non so quante volte abbiamo dovuto ripeterla”. Applausi a scena aperta, vanno poi dall’attore alla fotografia di Arnaldo Catinari: “Ha l’umiltà dei grandi e nonostante l’esperienza ha tutt’altro che prevaricato Davide. Con lui ha anzi trovato un’ottima intesa, riuscendo in inquadrature bellissime e un’incredibile amalgama di colori”.
Più che il genere, dice, ad avvicinare Mastandrea al film sono state potenzialità del copione e fiducia nel regista: “Una storia importante, con temi anche seri, affrontati però sempre con leggerezza. L’intreccio è molto complesso ma i personaggi vengono portati avanti in maniera molto equilibrata. Una dote rara, soprattutto quando il copione è così denso e affollato. Sapevo poi che Marengo è una persona preparatissima. Questo è soltanto ufficialmente il suo esordio, ma di cinema e macchina da presa ne mastica da tempo”. Fra le note più amare del film, la definizione che Mastandrea dà al suo Franz: studente di filosofia, costretto dalla vita ad abbandonare l’università e poi finito per fare i conti con il vizio del gioco e un impiego piccolo piccolo. “E’ un uomo ‘normalmente vile’ come tutti quelli che decidono di non prendere una posizione. Persone che subiscono le scelte, piuttosto che farle, come gran parte del nostro Paese. Si tratta di un vizio che l’Italia e gli italiani ancora stentano a perdere”.

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