Martin Scorsese alla Festa del Cinema di Roma 2018

Il maestro di Taxi Driver e Quei bravi ragazzi racconta che cosa ha significato per lui il cinema italiano. Attraverso 9 film
23 Ottobre 2018
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Martin Scorsese alla Festa del Cinema di Roma 2018
Martin Scorsese

Martin Scorsese riceve il Premio alla Carriera alla Festa del Cinema di Roma. Lo consegna Paolo Taviani, suo amico da sempre. “Un lavoratore instancabile, un regista innamorato dell’amore e del cinema, un santo pieno di problemi. Scorsese ha una grande fortuna: ha una fiducia illimitata in se stesso”.

Maestro di ieri e di oggi, nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, Scorsese ha parlato del cinema italiano. È un esperto, nel 1999 ha realizzato un documentario di oltre quattro ore (Il mio viaggio in Italia), che già nel titolo contiene un omaggio al capolavoro di Rossellini. Durante la serata ha scelto nove film, per raccontarci la sua formazione, da Antonioni a Fellini, da Visconti a Germi.

Si parte con Accattone di Pasolini. “Un’esperienza potente, l’ho visto per la prima volta al New York Film Festival nel 1963 o 1964. Mi sono totalmente identificato con i personaggi. Sono cresciuto in una realtà difficile, che mi ha permesso di comprenderli, anche se non conoscevo Pasolini. Mi hanno colpito i riferimenti religiosi: il protagonista muore tra due ladroni, la prostituta si chiama Maddalena… Nella loro disperazione rivedo la santità”. E sul neorealismo: “Quelle storie rappresentavano il mondo reale, anche se ero troppo piccolo per avere un’idea di che cosa fosse il cinema”.

 

Per omaggiare Rossellini, ha scelto di mostrare una clip de La presa di potere di Luigi XIV. “Ha reinventato la settima arte. A metà degli anni Sessanta ha iniziato a portare sul grande schermo vicende storiche, didattiche. Si sente la potenza di Velázquez, di Caravaggio. Usava il dettaglio per trasmettere il senso di un mondo. Mi sono ispirato al suo stile. Una volta l’ho incontrato per caso per le strade di Roma. Era il 1970. Abbiamo camminato insieme per un po’. Io gli dicevo quanto era bello La presa di potere di Luigi XIV, lui mi rispondeva che il suo unico obiettivo era educare”.

Da Rossellini a De Sica, con Umberto D.: “Una delle pellicole più importanti del neorealismo. Racconta una società che cambia, dove gli anziani non sono più rispettati. Una volta ci si prendeva cura di loro. Adesso sono abbandonati”. Il posto di Olmi: “Il distributore americano il primo giorno lo fece vedere gratis nelle sale importanti di New York. Quello di Olmi è uno stile scarno, quasi documentaristico, pieno di purezza. Lo sento vicino a me, ha significato molto quando ho girato Toro Scatenato”.

 

Non poteva mancare un gigante come Antonioni, con L’eclisse. “Ho dovuto capire come leggerlo. La Golden Age di Hollywood mi ha dato la capacità di osservare le inquadrature a lungo, così ho potuto studiarlo. Quando vidi L’avventura mi sembrava arte moderna, che forse non ho mai compreso fino in fondo. Lui era il maestro dell’incomunicabilità. Ha ridefinito il linguaggio cinematografico”. Per la commedia, Scorsese pensa a Germi e a Divorzio all’italiana. “Quei bravi ragazzi nasce da qui, da questi grandissimi movimenti di macchina, dall’umorismo. Perché le commedie non vincono quasi mai? Perché non sono considerate come un intrattenimento serio”.

Lo sguardo sulla Sicilia di Scorsese prosegue con Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. “La tragedia del Sud, la corruzione, le emozioni che fluiscono potenti. Una madre che si dispera sul corpo del figlio morto. Il mito che diventa storia, la storia che diventa mito”. L’ottavo film è Il Gattopardo di Visconti. “Una lezione di antropologia. Il suo è un ritmo meditativo, le inquadrature sono lussureggianti, ricche. Ne Il Gattopardo le vecchie abitudini lasciano spazio alla novità. Un’ultima cosa: Donnafugata era anche la città di mia nonna!”. Si chiude con Fellini e Le notti di Cabiria. “Nel tempo ci siamo visti più volte. Negli ultimi anni avremmo dovuto realizzare un documentario insieme, ma poi lui è morto. Sarebbe stata un’opera alla Fellini”.

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