Ludovica Rampoldi, scrivere in quarantena

Intervista alla sceneggiatrice del Traditore e di Gomorra: "La realtà supera sempre l'immaginazione, questa pandemia purtroppo ne è la conferma. Ma la storia insegna che dopo un periodo buio c'è sempre un fiorire di idee e creatività"
Ludovica Rampoldi, scrivere in quarantena
Ludovica Rampoldi - Foto Cristiano Gerbino

I cinema sono chiusi. Le produzioni sono ferme. C’è però chi continua a lavorare ovvero gli sceneggiatori, che fortunatamente possono proseguire a scrivere e a pensare le storie che verranno, anche (o viceversa soprattutto) in un momento nel quale la realtà ha davvero superato ogni forma d’immaginazione.

Ne abbiamo parlato con Ludovica Rampoldi. Tra i suoi film come sceneggiatrice: La doppia ora (2009), La kryptonite nella borsa (2011), Il gioiellino (2011), Ti ho cercata in tutti i necrologi (2013), Slam- tutto per una ragazza (2016), Il ragazzo invisibile (2014), Il Ragazzo Invisibile: Seconda Generazione (2017) e, last but not least, Il traditore di Marco Bellocchio, vincitore dell’EFA e del Nastro d’argento per la migliore sceneggiatura 2019.

Nel suo curriculum non solo il cinema, ma anche la televisione, creatrice della serie 1992 1993, insieme con Alessandro Fabbri e Stefano Sardo, curatrice dell’adattamento italiano di In Treatment e anche sceneggiatrice delle prime tre stagioni di Gomorra. 

La quarantenne romana, superato il primo blocco iniziale dello scrittore post Coronavirus, non si ferma e continua a scrivere, da casa ovviamente, e con sua figlia Greta, di quattro anni, sempre accanto.

Ludovica Rampoldi – Foto Cristiano Gerbino

Avresti mai immaginato una sceneggiatura come quella che stiamo vivendo?

Come tutti, no. Era davvero impossibile pensare a uno scenario da film apocalittico americano quale quello che stiamo vivendo. Siamo tutti – ormai forse dovrei dire: eravamo – troppo abituati alle nostre vite per poter pensare che da un giorno all’altro non sarebbero state più le stesse. Anche di fronte ai primi segnali allarmanti, abbiamo reagito appellandoci al principio di negazione, ottimo strumento di difesa verso la realtà. E invece eccoci qua, a quasi un mese di lockdown. Quello che era ovvio e scontato – una riunione di lavoro, una cena con amici, un weekend fuori –  adesso non lo è più. E come era difficile immaginare di ritrovarci in questa situazione, è altrettanto complesso pensare a come ne usciremo, e che forma prenderà la nostra vita in futuro. 

Come sta influendo il Coronavirus sul tuo lavoro? Stai continuando a scrivere? Se sì, su che stai lavorando: serie o film? Entrambe le cose?

Questa nuova normalità ha influito su ogni aspetto della vita, lavoro compreso. I primi dieci giorni, da quel punto di vista, per me sono stati difficili: non riuscivo a scrivere, a pensare, a progettare. Come tutti gli sceneggiatori ho più lavori da portare avanti contemporaneamente, e all’ansia per quello che succedeva in Italia e nel mondo, si sommava quella, più relativa ma, non per questo meno pressante, delle scadenze da rispettare. Mi ha fatto bene confrontarmi con altri sceneggiatori e scrittori, e sapere che erano quasi tutti nella stessa situazione. L’angoscia non è un buon habitat per la creatività, e la scrittura implica una certa fiducia nel futuro. Poi, lentamente, essendo l’uomo un animale abitudinario, ed essendo io la più abitudinaria tra gli uomini, ho imparato a stare dentro questo nuovo assetto psicologico, abitare la nuova quotidianità, punteggiarla con nuove consuetudini. E ho ricominciato a scrivere. 

Ci sono cose tue già chiuse che stanno ritardando la lavorazione?

C’è un film le cui riprese sarebbero dovute iniziare a fine aprile, e una serie che sarebbe dovuta partire a luglio. Com’è ovvio, giusto e prevedibile, ci saranno degli slittamenti. 

Come, secondo te, il cinema a livello di immaginario può non lasciarsi sopraffare da una cosa simile, nel senso che la realtà sembra averlo superato.

La realtà supera sempre l’immaginazione, questa pandemia purtroppo ne è la conferma. C’è poi un’altra domanda implicita nella tua, un interrogativo importante che un po’ tutti nel settore si stanno ponendo. Come si racconta questo tempo? E quando sarà il momento di raccontarlo? Se narriamo storie ambientate nel presente, esiste il Coronavirus nelle vite dei personaggi? Ogni storia che non ne tiene conto avrà qualcosa di finto? E che storie avremo necessità di sentire, una volta usciti da questo momento? Avremo bisogno di rielaborare quanto abbiamo vissuto o invece di evadere verso tutt’altro genere di racconti? Non ho risposte, credo che molto dipenderà da quanto ancora tutto questo impatterà sulle nostre vite, e da come ripenseremo il presente una volta usciti fuori. La storia insegna che dopo un periodo buio c’è sempre un fiorire di idee e creatività. Speriamo.  

Chi, tra gli autori di oggi, credi che possa meglio fotografare quello che sta succedendo?

Ci sono infiniti punti di vista attraverso i quali si può raccontare questa situazione. Dalla commedia sentimentale al disaster movie, dal dramma alla farsa. Di sicuro c’è che il nostro immaginario verrà sicuramente plasmato o cambiato da questa epidemia. E visto che il cinema si nutre di immaginario, dovrà necessariamente, prima o poi, affrontare l’argomento. 

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