Lucio Dalla, le sue canzoni e il cinema

A dieci anni dalla scomparsa, riscopriamo il legame tra la musica del cantautore e il grande schermo: da Borotalco a Pupi Avati, ma anche Lawrence Kasdan e Franco e Ciccio
28 Febbraio 2022
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Lucio Dalla, le sue canzoni e il cinema
Lucio Dalla (Webphoto)

Lucio Dalla, scomparso il 1° marzo di dieci anni fa, ha sempre coltivato un rapporto intenso con il cinema. D’altronde non è lui l’autore della sigla di Lunedì Cinema?

Prima si accorge di lui come attore: dopo aver partecipato ad alcuni musicarelli, nel 1967 i fratelli Taviani lo vogliono ne I sovversivi nel ruolo di Ermanno, neo-laureato in filosofia che dimostra quarant’anni e accompagna un amico ai funerali di Togliatti. Lo fanno doppiare da Pino Colizzi, così come in Little Rita nel Far West di Ferdinando Baldi è Gianni Bonagura a prestargli la voce. Complice la fisicità singolare, torna attore in Amarsi male di Fernando Di Leo (1969), Il santo patrono di Bitto Albertini (1972), La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone di Pupi Avati (1975), Quijote di Mimmo Paladino (2006).

Poi, naturalmente, viene arruolato per comporre colonne sonore, spesso inserendovi anche canzoni originali, a partire dal collettivo Signore e signori, buonanotte (1976) in cui collabora con Antonello Venditti. Lo vogliono Mario Monicelli per I picari (1987), Michele Placido per Pummarò (1990), Michelangelo Antonioni per Al di là delle nuvole (1995), Pinocchio di Enzo D’Alò (2012).

A lui sono stati dedicati documentari atipici: il film-concerto Banana Republic che racconta il tour con Francesco De Gregori (1979), il didascalico Caro Lucio ti scrivo (2017), Senza Lucio di Mario Sesti (2014) e soprattutto Per Lucio di Pietro Marcello (2021).

Ma Dalla appartiene al cinema italiano soprattutto perché gli autori del cinema italiano hanno talmente amato Dalla da volerlo inserire, con una certa costanza nel tempo, negli apparati musicali dei loro film. Un po’ perché è difficile non riconoscere nelle sue canzoni una dimensione davvero cinematografica, addirittura una regia, una costruzione, un montaggio che hanno pochi eguali nel nostro panorama.

E un po’ perché Dalla è il cantautore che più di tutti offre un controcanto emotivo, una lettura alternativa, il ricordo di qualcosa che forse non si è mai vissuto. Perché Dalla scava nei cuori fino a consumarli, corteggia la memoria e la regala al futuro, sa guardare alla felicità senza eluderne il dolore.

Ecco una retrospettiva delle volte in cui abbiamo sentito canzoni di Dalla nei film, italiani e non.

Lucio Dalla (Webphoto)

Il cielo (1967) in Franco, Ciccio e le vedove allegre di Marino Girolami (1968) e Sacro GRA di Gianfranco Rosi (2013)

“Il cielo/ La terra finisce e là comincia il cielo/ Lo guardo/ Ed anche stasera fa pensare a te”

Nel 1967 Dalla è uno stravagante venticinquenne che tenta di sfondare, gode della stima di alcuni colleghi di peso (Gino Paoli su tutti), ha già partecipato due volte a Sanremo (una con Paff… Bum! che sarà citata nel 1984 in Bianca di Nanni Moretti) ma sembra ancora alla ricerca di un posto nel mondo. Sembra trovarlo grazie alla musica beat e la fortuna gli arride. Lo scopre il cinema, come abbiamo visto, ma per ascoltare la sua voce di Dalla dobbiamo aspettare Questi fantasmi di Renato Castellani che ha in soundtrack Vent’anni. E poi nel film di Girolami, composto da tre episodi in cui Dalla funge da legante cantando E dire che ti amo e Il cielo. Il senso? Forse il combinato disposto tra lo sfruttamento di un genere di tendenza, il contrasto tra la musica giovanile e la comicità di grana grossa e la presenza scenica di un cantante atipico e bizzarro. Ma Il cielo torna anche in un film radicalmente diverso: nel documentario di Rosi le immagini notturne del Raccordo che aprono i titoli di coda sono accompagnate dalla voce di Dalla.

La luce accesa (1969) in Dillinger è morto di Marco Ferreri (1969)

“Le tue fotografie/ sono inchiodate al muro/ in quarta dimensione/ perciò la tua persona/ perciò la tua persona/ è rimasta qua”

Nella ricca colonna sonora che fa da sottofondo ossessivo al capolavoro pop di Ferreri c’è anche questa rarità, che insieme alle altre canzoni contribuisce a costruire l’effetto straniante: mentre Dalla canta, Michel Piccoli è in cucina, appoggia il coltellone e afferra la pistola incartata nel foglio del quotidiano. Con l’irregolare Usuelli il sodalizio prosegue in Il prato macchiato di rosso di Riccardo Ghione (1972), in cui Dalla interpreta un ubriacone dal volto indecifrabile e canta la title track che apre e chiude il film.

4/3/1943 (1971) in La mortadella di Mario Monicelli (1971)

“E ancora adesso che gioco a carte/ E bevo vino/ Per la gente del porto/ Mi chiamo Gesù Bambino”

Inutile raccontare la storia di questa canzone mitologica, scritta dalla storia dell’arte Paola Pallottino e passaggio fondamentale nella carriera di Dalla – che sull’equivoco autobiografico ci ha lungamente giocato, nascondendo la vita reale in quella inventata. Più curioso scoprirla in uno dei film meno celebri di Monicelli, una commedia d’esportazione poco fortunata, in cui Sophia Loren è l’incarnazione dell’Italia all’apogeo della consapevolezza divistica. Non funziona molto, il regista non riesce a modificare l’immagine dell’attrice, però c’è un gran momento: quando Sophia, insidiata da Gigi Proietti, imbraccia la chitarra, strimpella le note di 4/3/1943, cambia le parole, racconta la sua storia d’amore, si identifica nella canzone facendola sua. La musica di Dalla è già racconto popolare.

L’anno che verrà (1979) in La terrazza di Ettore Scola (1980), Vacanze di Natale di Carlo Vanzina (1983), Marrakech express di Gabriele Salvatores (1989)

“Si esce poco la sera, compreso quando è festa/ E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”

Non è solo uno dei manifesti di Dalla, ma anche la colonna sonora di un momento storico, una malia capace di travalicare le epoche per riconfigurarsi ogni volta in un modo diverso. Non è un caso che questa riflessione sulle illusioni perdute e sul tramonto delle utopie riecheggi nel sottofondo del capolavoro di Scola, così preciso nel descrivere un apparato umano allo sfacelo, un ceto culturale incapace di leggere il presente, una generazione barricata in se stessa perché terrorizzata dalla paura di invecchiare e restare indietro. È già una madeleine nostalgica nel road movie di Salvatores, che segue il viaggio di quattro ex giovani alla ricerca dell’amico finito chissà dove: quasi una parafrasi di una canzone fondativa, talmente seminale da incastonarsi anche nella corale borghese degli svacanzati di Vanzina, suggerendo il sottotesto di una malinconia sempre respinta eppure lampante.

Milano (1979) in Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci (1980)

“Milano vicino all’Europa/ Milano che banche, che cambi/ Milano gambe aperte/ Milano che ride e si diverte”

Nella discografia di Dalla c’è un nutrito filone di canzoni dedicate alle città, a volte solo echeggiate o descritte nel testo e a volte convocate sin dal titolo. Su un tessuto jazzistico, qui c’è lo sguardo del forestiero sospeso tra lo stupore e il disincanto, molto preciso nell’evocare con simpatia e un po’ di biasimo una metropoli mondana e operosa, fiera e grigia. È una delle canzoni presenti nella colonna sonora del film di Bertolucci, in cui Mariangela Melato, madre di famiglia della Milano bene, incontra alla stazione un uomo misterioso, Bruno Ganz, che mette in crisi la sua quiete borghese. Chi l’ha visto ne conserva il ricordo di un lavoro libero, dissonante, perturbante ma al momento Oggetti smarriti è davvero un oggetto smarrito: fatecelo vedere!

L’ultima luna (1979) e Cara (1980) in Borotalco di Carlo Verdone (1981)

“La 6a luna/ Era il cuore di un disgraziato/ Che, maledetto il giorno che era nato,/ Ma rideva sempre”

Sui poster voluti da Mario Cecchi Gori, il nome di Dalla (preceduto da un ambiguo “musiche di”) era grande quanto quello dei protagonisti, Verdone ed Eleonora Giorgi. Si capisce: a rendere ancora più memorabile – e mitico nonché mitizzato – un film così amato, citato, celebrato, omaggiato sono proprio le canzoni scritte e interpretate dal deus ex machina, a partire dalle enigmatiche sette lune che accompagnano i titoli di testa. D’altronde la commedia degli equivoci gira attorno a un concerto di Dalla, beniamino della Giorgi (sogna di scrivere un brano per lui), in quel momento all’apice della fama. La silhouette di Lucio si intravede nei filmati di repertorio, ma la sua musica attraversa tutta la storia anche per mezzo di altre voci: quelle degli Stadio, il gruppo che all’epoca accompagnava il cantautore sul palco, qui alle prese con Chi te l’ha detto? e Grande figlio di puttana delle quali lo stesso Dalla è coautore. Ma nel film si sentono anche estratti strumentali di Meri Luis e Futura e una delle perle del repertorio di Dalla: Cara.

(Webphoto)

Lontano da dove (1983) in Lontano da dove di Stefania Casini e Francesca Marciano (1983)

“Strade dritte o a croce/ Messe lì perché io perda la voce/ A cercarti, a chiamarti, a pregare di voltarti/ Mentre tu non ricordi nemmeno chi sono”

È una canzone nascosta e dimenticata, pubblicata solo una volta in una vecchia raccolta e caduta nell’oblio come il suo film di provenienza, l’interessante opera prima in terra americana di Casini e Marciano. Eppure è un pezzo che resta addosso con tutto il suo senso del rimpianto, tra ricerche di sintetismi e suggestioni sperimentali, con uno struggente assolo di sax finale.

Felicità (1988) in Il frullo del passero di Gianfranco Mingozzi (1988)

“Mi manca sempre l’elastico/ Per tener su le mutande/ Così che le mutande/ Al momento più bello mi vanno giù”

In pochi ricordano questo film di Mingozzi, tratto da un racconto di Tonino Guerra (anche sceneggiatore con il regista e Roberto Roversi). L’intenzione è poetica, perfino onirica: un vedovo offre vitto e alloggio a una giovane donna a patto che lei ascolti le sue storie. Lui è Philippe Noiret, lei è Ornella Muti mai così disinibita. Non bastano: la favola è sfiatata, l’erotismo riempie i vuoti, il ritmo latita. Meno male che c’è Dalla, che puntella il film con una delle sue canzoni più struggenti e liriche, dove rincorre ogni frase per poi lasciarla appesa al crocevia tra sacro e moderno. Il nostro cura anche la colonna sonora insieme a Mauro Malavasi, il musicista con cui negli anni Ottanta stringe un sodalizio strettissimo.

Caruso (1986) in Tolgo il disturbo di Dino Risi (1990)

“Guardò negli occhi la ragazza/ Quelli occhi verdi come il mare/ Poi all’improvviso uscì una lacrima/ E lui credette di affogare”

Una delle canzoni italiane più famose del mondo, una commovente rievocazione degli ultimi giorni di vita del tenore Enrico che si sublima attraverso un’ode agli schemi e alle atmosfere della tradizione napoletana. Brano talmente caratterizzante che forse proprio per questo motivo non ha trovato uno spazio alla sua altezza nell’immaginario cinematografico. La sentiamo in uno degli ultimi film di Risi, un amarissimo racconto sulla vecchiaia intesa come fastidiosa anticamere della fine. C’è un Gassman maestoso, nonno amorevole e suocero maltrattato, più anziano di quel che è perché segnato dagli elettroshock, che coltiva un rapporto elettivo con la nipotina. Il tono è triste ed elegante e ci sono dei guizzi che fanno singhiozzare, come gli sguardi assorti con la nipotina al ristorante sulle note di Dalla. La canzone compare anche nella soundtrack della miniserie Mamma Lucia di Stuart Cooper, nell’interpretazione di Luciano Pavarotti.

Futura (1979) in Ti amerò… fino ad ammazzarti di Lawrence Kasdan (1990)

“I russi, i russi/ Gli americani/ No lacrime, non fermarti/ Fino a domani”

La risonanza internazionale di Dalla riecheggia in questa divertente black comedy di ambiente italo-americano firmata da Kasdan (non il suo film migliore, ma un film minore di Kasdan è sempre un grande film). Trionfano gli stereotipi (la pizza, il mandolino, la gelosia, la sceneggiata, il familismo, il maschilismo, le corna) ma funzionano per contrasto nell’ottica grottesca. E poi, nella soundtrack, spunta uno dei pezzi migliori del nostro canzoniere, preghiera erotica e politica, racconto intimi di un amplesso che coreografa la fiducia nel domani.

Latin lover (1993) in Come due coccodrilli di Giacomo Campiotti (1994)

“Guardò negli occhi la ragazza/ Quelli occhi verdi come il mare/ Poi all’improvviso uscì una lacrima/ E lui credette di affogare”

È un brano pubblicato in Henna ma composto appositamente per l’opera seconda di Campiotti. Dalla si è speso molto per il film, a lungo rimasto senza distribuzione, e lo accompagnò nelle sale italiane per contribuire al lancio. Per aspera ad astra, il bel dramma familiare ottenne addirittura la candidatura al Golden Globe. La canzone ne è il perfetto contrappunto: sullo sfondo di una provincia che non più quella di una volta, si modulano i toni struggenti di una nostalgia lancinante, ricordando il grande avvenire alle spalle di un uomo intrappolato nel desiderio del sogno.

Com’è profondo il mare (1977) in Paz! di Renato De Maria (2002)

“Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani/ Caccia via queste mosche che non mi fanno dormire/ Che mi fanno arrabbiare/ Com’è profondo il mare”

Una delle canzoni liminari della discografia di Dalla, title track del primo album da lui interamente scritto, ricompare nell’adattamento filmico delle strisce di Andrea Pazienza. Si ricostruisce la Bologna del ’77, del Movimento, dei fuorisede che si dividono l’appartamento e le sconfitte quotidiane. Brano potente e allegorico che costeggia l’apocalisse con sguardo visionario, mentre le sillabe sdrucciole che rincorrono le chitarre e i fischietti, si riconfigura qui nella nuova interpretazione condivisa con Federico Zampaglione dei Tiromancino, a suggellare il legame tra passato e presente e la contemporaneità del classico.

Per Lucio

Per Lucio di Pietro Marcello

Dark Bologna (2009) in Gli amici del bar Margherita di Pupi Avati (2009)

“C’è un tuono più forte che la notte svanisce/ Mi sveglio di colpo più stanco più solo mentre il cielo schiarisce”

Non tra le più memorabili composizioni del nostro, ma suggella l’amicizia e la collaborazione con Pupi Avati, spesso evocata dal regista come decisiva per la scelta di abbandonare la musica e dedicarsi al cinema. Ormai affermati, i due si ritrovano per due odi nostalgiche dell’autore felsineo: la corale maschile in un locale bolognese negli anni Cinquanta e il malinconico Il cuore grande delle ragazze (2011). Per entrambi Dalla compone le colonne sonore, per il primo offre anche una canzone: la versione rivista e corretta all’altezza dell’epoca storia di un suo brano del 2006.

Telefonami tra vent’anni (1981) in Il nome del figlio di Francesca Archibugi (2014)

“Alle porte dell’universo/ Un telefono suona ogni sera/ Sotto un cielo di tutte le stelle/ Di un’inquietante primavera”

Dopo la sua morte improvvisa, Dalla è stato riscoperto, riletto dalle nuove generazioni, usato come madeleine nostalgica. E il cinema non se l’è fatto ripetere due volte. Caso emblematico quello del film di Archibugi, commedia di parola super borghese che adatta l’originale francese. Lo scannatoio familiare trova un attimo di fiato quando riecheggia la canzone di Dalla, la preferita dei personaggi: tra goffi balletti nel salotto e ricordi adolescenziali di tuffi nel mare, la tenerezza della memoria fa rima con l’irrequietezza nei confronti del futuro.

La sera dei miracoli (1980) in Nessuno si salva da solo di Sergio Castellitto (2015)

“E in mezzo a questo mare/ Cercherò di scoprire quale stella sei/ Perché mi perderei/ Se dovessi capire che stanotte non ci sei”

Stesso discorso di prima. Stavolta il dialogo tra passato e presente si modula sul gioco al massacro tra Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca che non si amano più e si vomitano addosso tutto il dolore accumulato. Melodramma assoluto che mette insieme i frammenti di un discorso amoroso tra sentenze, isterismi e pedanterie, esplode nel finale straziante, quando l’addio danza su una versione live dello spettacolare capolavoro di Dalla, vero e proprio film in musica.

Piazza Grande (1972) in Hammamet di Gianni Amelio (2020)

“Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è/ Sulle panchine in Piazza Grande/ Ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n’è”

Non si sente la voce di Dalla ma quella di Alberto Paradossi nel ruolo del figlio del Presidente (cioè Craxi, anche se non viene mai nominato, interpretato dal mimetico Pierfrancesco Favino). La canta, strimpellando la chitarra, durante una festa nell’esilio tunisino, con tanta gente raccolta attorno al gigante decaduto: appena percepisce le prime note di quel fado sulla solitudine così intensamente italiano, l’uomo che ha governato l’Italia per poi abbandonarla si impietrisce in un dolore che è commozione, nostalgia, rabbia.

Disperato erotico stomp (1977) in Supereroi di Paolo Genovese (2021)

“Ma l’impresa eccezionale, dammi retta/ È essere normale”

Qui Dalla è convocato sin dall’onomastica dei protagonisti, Anna e Marco come gli antieroi – e non i supereroi… – di uno dei suoi brani più cinematografici. E, come negli altri casi, è il sintomo di una nostalgia canaglia: un gruppo di persone attovagliate intona a squarciagola la sua canzone più spudorata (già sentita nel terribile Classe mista 3a A di Federico Moccia datato 1996), lasciandosi trainare dalla narrazione sincopata di un povero cristo che, ancora una volta, conferma l’impermeabilità al tempo che passa di uno dei più importanti cantautori italiani.

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