L’Oro rosso di Panahi

"Vi racconto l'Iran che si autocensura" dice il regista. Che presenta a Roma il suo nuovo film
26 maggio 2004
L’Oro rosso di Panahi
oro rosso

(Cinematografo.it/Adnkronos) – “Oro rosso”, ovvero “una ricchezza smisurata che si macchia di sangue”. Perché nel mondo è sempre più evidente il divario tra “potere e miseria”. Questo il nuovo film del regista iraniano Jafar Panahi, già presentato al festival di Cannes (dove ha vinto il premio della giuria) e in uscita domani nelle sale italiane. “Tutto nasce da un fatto di cronaca – spiega Panahi – raccontatomi da Abbas Kiarostami, anche sceneggiatore del film. Durante una rapina in una gioielleria un ladro, rimasto bloccato all’interno per via dell’allarme, aveva ucciso il proprietario e poi si era tolto la vita. Questa storia mi aveva ossessionato per giorni così ho deciso di farne un film”. Da qui la vicenda di Hossein, un ragazzo che consegna pizze a domicilio disgustato dalla miseria umana. L’umiliazione della sua condizione sociale e la rabbia verso un mondo ricco che lo emargina, lo porteranno a compiere un gesto estremo. “Ho voluto scovare le cause che portano un essere umano a compiere follie di questo genere” spiega il regista. Un film “sociale” dunque che non ha mancato di suscitare polemiche e censure proprio in Iran dove non è stata autorizzata l’uscita nelle sale e nemmeno la visione privata. “Nel mio paese – afferma Panahi – è un momento molto difficile per chi come me vuole rimanere un cineasta indipendente. Chi è al potere vuole stroncare qualsiasi forma di cultura libera, dalla stampa al cinema”. “Mentre in ogni altro paese è il pubblico a scegliere cosa andare a vedere – prosegui Panahi – in Iran lo spettatore è sempre meno autonomo”. La Commissione Valori del Ministero dell’Orientamento Islamico (approva tutta la produzione cinematografica dell’Iran) aveva inizialmente vietato a Panahi di far partecipare Oro rosso a qualsiasi festival (lo stesso era già successo con Il cerchio, poi premiato con il Leone d’Oro nel 2002 alla Mostra di Venezia. “Poi, anche per le polemiche suscitate nei giornali, hanno capito che bloccare un film del genere avrebbe danneggiato l’immagine del paese stesso, ma non poter mostrare il film nel mio paese per me è come non averlo fatto. Mi sento isolato nella mia stessa società”. Tra le scene “incriminate” quella di una festa nel corso della quale viene pronunciata la battuta “Il 57 è troppo forte per me”. Si riferisce al marchio di una sigaretta locale, “57” appunto, ma facile da travisare, visto che in Iran il 1957 è anche l’anno della Rivoluzione. E anche da Panahi, infine, un accenno sulla guerra: “Siamo un paese millenario, con una sola croce: il petrolio. E dove c’è petrolio non ci può essere democrazia”.

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