L’Italia agli Oscar, da sfogliare

"La mia prima volta fu nel 1989, erano diciassette anni che non prendevamo una statuetta, e vinse Peppuccio Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso", racconta Vincenzo Mollica. Che presenta il volume che lo vede protagonista, tra aneddoti e curiosità uniche
L’Italia agli Oscar, da sfogliare
Sophia Loren e Vittorio De Sica con l'Oscar per La Ciociara - Foto tratta dal libro L’Italia agli Oscar®, Luce Cinecittà/Edizioni Sabinae

“Sono contento che questi racconti sgangherati abbiano preso forma in un libro”. Parola di Vincenzo Mollica alla presentazione del volume, curato da Steve Della Casa, L’Italia agli Oscar/Racconto di un cronista, pubblicato da Edizioni Sabinae e Luce Cinecittà, già premiato come miglior libro di cinema dalla Rivista del Cinematografo agli scorsi RdC Awards. 

Tra le varie memorie e i dietro le quinte, gli aneddoti, le foto e le curiosità, Mollica, “personaggio che ormai fa parte del nostro immaginario collettivo”, ci restituisce un romanzo che “parte dai backstage degli Oscar e ci regala un pezzo di storia del nostro paese”, come ha sottolineato il presidente dell’Istituto Luce-Cinecittà Roberto Cicutto. 

“Arrivai per la prima volta agli Oscar nel 1989, erano diciassette anni che non prendevamo una statuetta, e vinse Peppuccio Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso. Lui non pensava minimamente che avrebbe vinto. L’anno dopo fu la volta di Gabriele Salvatores, poi Michelangelo Antonioni, Nicola Piovani e tanti altri”, racconta Mollica. 

Che è veramente un fiume in piena di ricordi e di episodi esilaranti: dal “fuck you” inaspettato “perché non parlava quasi più” detto da Michelangelo Antonioni a Jack Nicholson al “Ma questo chi Cazz è?” di Federico Fellini riferito a un signore che realmente si chiamava Cazz ed era all’epoca il direttore artistico degli Oscar e aveva una “faccia da Cazz”. Per proseguire con l’arrivo di Fellini all’Academy di Los Angeles, nella quale trovò un trono a lui dedicato e tutti, da Billy Wilder e tanti altri, andavano a rendergli omaggio come genuflessi, fino alla mitica volta in cui, sempre Fellini, camminando, con statuetta alla mano, al fianco di Sophia Loren, guardandole il décolleté, disse a Mollica: “La vedi questa bella balconata? Questa è meglio del Premio Oscar!” e al suo rammarico, confessatogli durante un viaggio in aereo, per non aver mai fatto un film con lei. 

E poi ancora Benigni, che vinse per il miglior film straniero con La vita è bella nel 1999 (“L’Oscar che mi ha più emozionato”), senza dimenticare che fu anche il primo attore italiano a vincere una statuetta, “un uragano, con il suo travolgente e sterminato entusiasmo e la sua alzata sulle sedie saltellante: il più grande spot mai fatto agli Oscar”, alla commovente dedica alla sua famiglia che “gli aveva dato la povertà la più grande ricchezza che aveva avuto” e infine al ricordo di quando su Sunset Boulevard i tassisti e gli automobilisti si fermavano urlando: “Roberto, Roberto!” e lui contraccambiava improvvisando per ognuno di loro delle piccole danze di festa.

Roberto Benigni con gli Oscar per La vita è bella – Foto tratta dal libro L’Italia agli Oscar®, Luce Cinecittà/Edizioni Sabinae

Tra gli incontri più emozionanti, in un lungo pranzo a Los Angeles parlando de Il postino, quello con Massimo Troisi, di cui ricorda la strana situazione in cui, dopo la sua morte, tutte le sue fidanzate e  amiche si radunarono per fare una “festa” che non fu “triste, ma allegra”: “Ognuna di loro si sentiva vedova, c’era un problema di comprimarietà”.

“Io e Massimo Troisi Eravamo in un’osteria romana e a un certo punto arriva Al Pacino con due sgallettate- racconta-.  E si mette in un séparé. Verso le 15.30, dopo aver mangiato, lo rivediamo e Massimo li guardava con una voracità e una curiosità incredibile. Sorrideva e poi mi disse: A Vincè, hai capito Al Pacino, però è corto!”.

Bertolucci non l’ha nominato? “No, è vero, perché non ero a Los Angeles. Però gli feci un’intervista, in collegamento da Londra, quando lui ebbe tredici nomination. Lui diceva che non sapeva se avrebbe vinto, e che forse si sarebbe portato a casa una statuetta. Ne portò a casa nove. Con Bernardo abbiamo sempre commentato quel momento e lui parlava sempre con umiltà e discrezione della sua vittoria, senza enfasi, e con quel suo sorriso dolce”.

Perché Anna Magnani in copertina? “La Magnani si giustifica da sola. Nessuno l’ha mai messa in dubbio, non si tocca, è sempre stata la numero uno per tutti, quindi era l’unica che poteva stare in copertina”, risponde Mollica. E alla domanda se il cinema italiano rispetto al passato abbia un ruolo più marginale nel presente, Mollica ci tiene a ribadire:  “Il cinema italiano ha sempre avuto un ruolo centrale ed è sempre guardato con grande festa, attenzione e ammirazione. Ancora adesso. Non dimentichiamoci che Sorrentino con La grande bellezza ha vinto solo qualche anno fa l’Oscar”.

 

Tanti dunque i Premi Oscar che ha raccontato, ma ce ne sono anche alcuni che gli sarebbe piaciuto raccontare e non ha potuto. “Penso a Marcello Mastroianni, Ermanno Olmi, Massimo Troisi. Sono contento che Lina Wertmüller abbia ricevuto un Oscar alla carriera, ma mi piacerebbe tanto che ne arrivasse uno per esempio a Giancarlo Giannini. E lo confesso, vorrei che ricevesse un Oscar a Nanni Moretti perché voglio vedere che combina su quel palcoscenico”.

Infine conclude con un aneddoto su Jack Nicholson: “Ricordo quando arrivò, le prime cose ad uscire fuori dalla limousine furono in ordine: lattine di birra, una bottiglia di gin e una di whiskey, e poi ben quattro ragazze. Per ultimo lui, con quel ghigno che neanche in Shining aveva, ed era felicissimo. Scese dalla macchina, mise la mano sul culo ad una e andò avanti. Lo filmai, ma non trasmisi mai il video per rispetto della sua grandezza artistica”. 

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