L’Iran che piace al Festival

Proiezioni aggiuntive per The Hunter a Berlino. Ma l'Orso potrebbe parlare russo
18 Febbraio 2010
L’Iran che piace al Festival

Disperazione e repressione a Berlino vanno a braccetto. Come da tradizione il concorso berlinese continua a raccontare storie tragiche individuali e collettive. Alcune di grandi attualità: è il caso di The Hunter, a grande richesta hanno dovuto aggiungere due proiezioni del film diretto e interpretato da Rafi Pitts, iraniano che dall’81 vive in Europa, ed è tornato a Teheran solo per le riprese. La trama prende spunto da un fatto vero: un uomo che fa il guardiano di notte perde moglie e figlia in una sparatoria durante una delle tante dimostrazioni. Chi ha sparato non si sa, lui per vendicarsi uccide due poliziotti e si nasconde nel bosco intorno alla città. Pitts assicura che non ha avuto nessun problema con le autorità, una volta fatta leggere la sceneggiatura ha potuto girare tranquillamente a Teheran e dintorni. Non è toccata la stessa fortuna a Jafar Panahi, previsto a Berlino per un convegno, a cui hanno di nuovo negato il permesso di uscire. Dall’Iran all’Oceano artico, in una postazione ai confini del mondo, il giovane Pavel dà una mano al metereologo Sergei a controllare quotidianamente i valori di riferimento. Già dal titolo, How I ended this Summer, si intuisce che la convivenza forzata sfocerà in dramma. Il regista russo Alexej Popogrebsky si è ispirato ai diari di Pinegin del 1912, scritti durante la spedizione dell’esploratore Georgio Sedov. Variety e Screen International lo danno oggi come favorito per l’Orso d’Oro, un film girato splendidamente che potrebbe piacere al presidente di giuria Werner Herzog. Nonostante la debolezza della trama e l’artificiosita’della narrazione, restituisce infatti un senso del tempo e dello spazio in cui la fragilità umana diventa miserevole di fronte alla grandezza della natura.

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