Lebanon va alla guerra

"Anime lacerate tra morale e istinto di sopravvivenza", dice l'israeliano Samuel Maoz. Che torna al primo conflitto in Libano, da lui vissuto
8 Settembre 2009
Lebanon va alla guerra

“Tutto è partito da un ricordo sensoriale: l’odore di carne bruciata. Dalla mia memoria soggettiva è nato questo film, che ha una struttura classica per far sentire i sentimenti dei personaggi al pubblico, perché si identifichi”. Così il regista israeliano Samuel Maoz presenta il suo Lebanon, accolto favorevolmente dalla stampa in Concorso al Lido, che ritorna alla Prima Guerra del Libano del 1982, quando il 6 giugno alle 6.15 del mattino l’allora soldato 20enne Maoz uccise un uomo, per la prima volta nella sua vita.
“Alcuni ricordi non li ho più, ma gli altri – prosegue il regista e sceneggiatore – mi sono serviti non per documentare degli eventi, ma per raccontare la storie interiore dei carristi, quattro anime ferite e sanguinanti”. Quattro anime ventenni – Shmulik l’artigliere, Assi il capocarro, Hertzel il servente e Ygal il pilota – in missione su un carro armato per perlustrare una cittadina ostile, già bombardata dall’aviazione israeliana: “Siamo una banda, intrappolata in quel mostro sanguinante che è il carro”, dice Michael Moshonov, che interpreta Ygal.
Sottolineando come il suo atteggiamento non cambi di fronte a una “guerra giusta” oppure “sbagliata”, Moz sottolinea come in Libano e in ogni altro conflitto “si debba sopravvivere di fronte alla tua stessa morte: la tua anima è lacerata dal dissidio tra l’istinto di sopravvivenza e la morale”. aggiungendo come abbia realizzato Lebanon solo oggi “perché dovevo prendere la giusta distanza dagli eventi: tra iperrealismo e surrealismo, per un viaggio consapevole del pubblico”.
Sulla situazione del cinema israeliano, il produttore David Silber afferma come “non ci siano problemi per girare, a parte quelli per reperire i fondi necessari: Israele è una democrazia, la censura non esiste”. aggiungendo, d’accordo con il regista, come “non abbiamo ancora deciso se tradurre in israeliano, ovvero sottotitolare, il discorso in arabo tra un prigioniero siriano preso in custodia nel carro e un aguzzino falangista, perché per tutto il film abbiamo voluto trasmettere al pubblico solo quello che intendevano i quattro carristi”.

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