Le mille e una Delpy

Scrive, recita, compone. E ora dirige anche. Tutto in 2 giorni a Parigi, con mamma, papà e Daniel Bruhl
25 Settembre 2007
Le mille e una Delpy

Fragilità di coppia e vizi francesi, raccontati con ironia e leggerezza. Julie Delpy esordisce alla regia con 2 giorni a Parigi, frizzante commedia indipendente, girata in economia e fatta tutta da sé, in uscita il 28 settembre: oltre a dirigere e interpretare il ruolo della protagonista Marion, l’attrice di Prima dell’alba e Prima del tramonto cura il montaggio, la sceneggiatura e partecipa anche alla fotografia e alla musiche. Accanto al bravo Adam Goldberg e ad un cameo di Daniel Bruhl, l’attore rivelazione di Good bye, Lenin!, compaiono con lei sul set anche la madre Marie, il padre Albert e numerosi amici. ‘E’ stata un’esigenza indotta dai mezzi a disposizione – racconta la neoregista, a Roma col film dopo gli applausi strappati alla Berlinale e al Tribeca Film Festival di De Niro -. Se non avessi fatto tutto da sola, avrei dovuto rinunciare al film”. Atto estremo di umilità e amore nei confronti della storia, la canzone finale, che la Delpy si presta addirittura a cantare: “Non l’ho certo fatto perché volessi, ma avevamo preso un accordo coi produttori tedeschi. Coi soldi di quel brano ho pagato il resto delle musiche”. E poi, a ulteriore chiarimento delle sue parole, un’eloquente chiosa a microfoni spenti: “Se proprio devo, preferisco sempre cantare che dovermi portare al letto qualcuno”.
Continuazione ideale dei suoi celebri Prima dell’alba e Prima del tramonto, la storia è incentrata sul lungo weekend a Parigi di una coppia di ritorno da un lungo viaggio a Venezia. Lui è Adam Goldberg, sullo schermo l’americanissimo Jack: pungente, ipocondriaco, ossessivamente geloso del passato della sua ragazza. Julie Delpy è invece Marion, francese emigrata negli Stati Uniti, che in patria mantiene però famiglia, amicizie e una folta schiera di ex. Il soggiorno a casa dei genitori si rivela allo stesso tempo occasione di confronto fra culture agli antipodi, ironia su vizi e isterie dei francesi e riflessione sui rapporti di coppia. Come spiega la Delpy, non è affatto un caso che tutto parta da un Viaggio in Italia: “Quello di Rossellini del ’53 mi ha commosso e toccato profondamente. Non sono e non sarò come lui, ma prendo il suo film a modello: è uno degli affreschi più riusciti sulle difficoltà nelle relazioni di coppia”.
Fra gli aspetti più interessanti del film, proprio la molteplicità di ruoli fra cui la Delpy si è divisa nel corso della produzione: “Per fare un lavoro del genere bisogna in effetti essere un po’ schizofrenici – scherza l’attrice e regista tuttofare -. Sul set mi davo il ciak e dicevo azione da sola”. Al di là di battuta e semplificazione, impegno e lavoro l’hanno costretta anche a dolorose rinunce: “Non ho vissuto soltanto lo sdoppiamento fra regista e attrice. Lo stesso meccanismo si riproponeva anche al montaggio: in quel momento ho dovuto essere tanto dura con le altre Julie, da sacrificare scene che pure ritenevo molto riuscite e in cui recitava benissimo”. Seppure nata da esigenze di budget, la scelta di fare tutto da sé risponde anche a una sua precisa volontà creativa: “Ho scritto tante altre sceneggiature, che poi sono rimaste nel cassetto. Per una volta che sono riuscita a farne qualcosa mi è venuto anche naturale seguire il film dall’inizio alla fine”. Al pari di attori e parenti, altro grande protagonista della storia è la Parigi che appare dagli occhi dei protagonisti. “E’ una città che amo e detesto allo stesso tempo – spiega la Delpy -. Quella in cui sono nata e ho studiato e che forse proprio per questo vedo con occhi diversi. Non certo la Parigi delle cartoline, ma quella in cui ci sono anche omicidi e violenza”. Per lasciarsi alle spalle angustia e limitatezza del suo universo cinematografico, l’attrice e neoregista è però scappata alla volta di Hollywood. Proprio qui ha inaspettatamente imparato una lezione, di cui ha fatto tesoro per alcune delle trovate più riuscite del film. Dal tassista xenofobo al padre anziano che riga tutte le macchine in sosta vietata, sono tutti simboli di quell’autoironia che alla Francia sembra del tutto mancare: “Da noi il film è piaciuto molto, ma in tanti devo ammettere che si sono anche sentiti offesi. Qualcuno è addirittura arrivato a minacciarmi di morte”.

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