L’arco di Kim Ki-duk

"E' uno dei film più sentimentali che ho mai girato" dice il regista. A lui il De Sica alla carriera
27 Settembre 2005
L’arco di Kim Ki-duk

Con un mese d’anticipo rispetto all’uscita italiana (il 28 ottobre), è stato presentato ieri sera in anteprima a Roma il nuovo film di Kim Ki-duk, L’arco, già visto in concorso al festival di Cannes. Il film ha chiuso la maratona cinematografica organizzata in onore del regista coreano dalla Mikado al cinema Quattro Fontane con la proiezione dei suoi ultimi film: La samaritana, Ferro 3, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Per l’occasione Kim Ki-duk – che a novembre riceverà il Premio De Sica alla carriera – è arrivato nella Capitale e questa sera incontrerà il pubblico romano. Girato in appena 17 giorni, in mare aperto, L’arco racconta la storia di un amore impossibile: quello di un vecchio pescatore per una sedicenne che ha raccolto dalla strada quando era poco più di una bambina e che ha cresciuto con l’intenzione di farne la propria sposa una volta compiuti i 17 anni. I due trascorrono la loro esistenza a bordo di un peschereccio e l’unico contatto con il mondo esterno per la ragazza, che non ha mai abbandonato l’imbarcazione, è rappresentato dagli appassionati di pesca ai quali l’uomo dà ogni tanto ospitalità. Tra i tanti c’è anche uno studente che finirà con l’innamorarsi della giovane e col mandare all’aria il sogno d’amore dell’anziano. Il film prende il titolo dall’arma con la quale l’uomo difende la virtù della ragazza dagli assalti dei tanti che tentano di approfittare di lei, ma è anche il mezzo del quale si serve per predire il futuro e lo strumento con il quale suona delle magnifiche melodie. Come molte delle opere di Kim Ki-duk, anche in questo caso le parole sono davvero limitate al minimo: non proferiscono mai una parola i due protagonisti, che si affidano invece ai gesti e alla mimica del volto per esprimere le loro emozioni. “E’ uno tra i film più sentimentali che ho mai girato – spiega il regista -. In Corea L’arco è uscito in un solo cinema, ma è stata una mia scelta, non voglio andare incontro a degli spettatori viziati, sono loro che devono venirmi a cercare”. E’ anche vero che sono pochi gli estimatori sui quali può contare in patria, soprattutto tra i critici che hanno la tendenza a stroncare duramente il suo lavoro.  “I critici coreani parlano male dei miei film perché non li capiscono, ma il limite è loro non mio – dice -. Con il pubblico italiano ed europeo ho istaurato un buon rapporto perché gli spettatori guardano e giudicano i miei film con il cuore”. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, il suo film più amato, “non è piaciuto quasi a nessuno nel mio paese e mi è valso una delle peggiori critiche che mi siano mai state mosse: quella di voler mostrare all’Occidente cos’è l’orientalità”. In realtà chiarisce ancora, “quel film ha costituito una svolta nella mia carriera. Io credo che ci voglia ancora un po’ di tempo”. Quanto al futuro? “Ho cinque idee che mi ronzano per la testa, ma non so ancora come tradurle in pellicola. Per il momento mi prendo una pausa”.

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