La vita indietro tutta

"Ritratto beffardo dello spirito dei tempi", dichiara Virzì. Che ritorna alla commedia sociale filmando il precariato
25 Marzo 2008
La vita indietro tutta

“Call center e non solo. Questo film è stata l’occasione per raccontare lo spirito del tempo, la divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi contemporanei, la sottocultura televisiva divenuta l’estetica e l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro “, così Paolo Virzì in calce al suo Tutta la vita davanti, da venerdì nelle sale in 350 copie distribuite da Medusa. Una commedia amara sulle difficoltà d’inserimento di una giovane neolaureata e un affresco corale sul precariato “psicologico” trasversale ai distinguo di classe e generazione: “Senza buoni o cattivi e senza demonizzare nessuno – racconta il regista – Non è facile parlare del proprio tempo senza cadere nell’invettiva, nel film a tesi. Abbiamo affrontato quest’impresa con spirito pieno di curiosità, avventuroso e beffardo. Ne è venuto fuori un ritratto allarmante, buffo, ridicolo e toccante di un’umanità sgomenta di fronte al futuro, incapace di progettare, e in balia di uno sfruttamento sottile più vicino al plagio psicologico che alla proverbiale arroganza padronale”. Anche perchè di veri padroni nel film non se ne vedono: “Vero. – gli fa eco lo sceneggiatore Francesco Bruni, che si è ispirato al racconto di Michela Murgia Il mondo deve sapere – Anche i due personaggi più controversi della storia, il manager interpretato da Massimo Ghini e la direttrice impersonata dalla Ferilli, sono in fondo patetici. Su tutti prevale una logica terribile e schiacciante di sfruttamento piramidale, ma il vertice di questa piramide è molto lontano, non lo vedremo mai”. “Il mio personaggio sembra il più forte – commenta la sorprendente Sabrina Ferilli – ma forse è stata solo “incastrata” in quel contesto prima delle altre. Se non fosse stato Paolo Virzì difficilmente avrei accettato questo ruolo che segna per me un’inversione di tendenza assoluta rispetto alle eroine positive e senza macchia che ho finora interpretato”. Il centro attorno a cui ruota il racconto è Marta, la neolaureata in filosofia che in quel mondo si cala con l’ottica dello “straniero” ma senza pregiudi intellettuali:” Nel film sono sottoposta a vari incontri, quasi dei round di pugilato. – racconta la siciliana Isabella Ragonese, al suo secondo impegno cinematografico (Nuovomondo) – Marta incassa colpo su colpo e sembra che stia perdendo la partita ma poi è lei a vincere quella finale. Uscendo dall’università ha allenato il cervello più che il cuore, le esperienze e gli incontri fuori e dentro il call center porteranno allo scoperto la sua emotività”. Compagni di viaggio di Marta, oltre al venditore “superomista” di cui veste i panni Elio Germano, sono il giovane sindacalista Giorgio Conforti, che ha lo sguardo sornione di Valerio Mastandrea, e Sonia, una ragazza madre sprovveduta portata in scena da Micaela Ramazzotti. Ambedue sconfitti: “Il mio personaggio – dichiara Mastrandrea – è una specie di Don Chisciotte, un sindacalista d’assalto, euforico e ottimista. E alla fine evanescente: tutto quello che fa si risolve, quasi sempre, in una bolla d’aria”. “Il mio invece è più complesso di quanto non appaia. – racconta la Rammazzotti – Sonia è ignorante, forse anche stupida, ma la sua indole è buone e piena d’amore, e non ha mai un secondo fine”. Il film, 11 settimane di riprese tra luglio e settembre in una Roma impersonale, fa il paio con il doc firmato da Ascanio Celestini Parole sante. Ma se Celestini affidava ai suoi calembour la coscienza critica e lo sdegno, Virzì abdica al ruolo di guida morale: “I vaticini non sono fatti per me” spiega, ma non a quello di erede della grande commedia sociale: “Il metodo è quello della commedia all’italiana, con il rispetto e la passione verso un cinema ed un’estetica originalissima, capace di raccontare il nostro popolo con un linguaggio che non è né paternalistico né pietistico. Allo stesso tempo però sentivamo che qualcosa di questo bagaglio narrativo e stilistico non era più sufficiente per il nostro tempo. C’era bisogno di un mix di tenerezza e di ferocia, di compassione e di perfidia, di passione umana e civile, ma anche di uno spirito sinistro, da film noir, e in definitiva di una spudorata propensione all’allegoria e alla metafora”.

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