La speranza di Babel

Iñárritu sul suo film con Brad Pitt e Cate Blanchett: "Un inno alla compassione contro l'incomunicabilità"
18 Settembre 2006
La speranza di Babel
Il film Babelpremiato per la regia a Cannes

La riscoperta della compassione, per salvare un mondo diviso da incomunicabilità e religioni. Questo, nelle parole di Alejandro Gonzalez Iñárritu, il senso del suo corale Babel con Brad Pitt, Cate Blanchett e Gael García Bernal, premiato per la regia all’ultimo festival di Cannes. Il film, che intreccia quattro storie fra Stati Uniti, Marocco, Messico e Giappone, arriverà nelle sale il 28 ottobre in 300 copie. Su esplicita richiesta del regista, candidato all’Oscar nel 2001 per Amores perros, l’uscita sarà pionieristicamente accompagnata da un doppiaggio soltanto parziale e limitato ai dialoghi in lingua inglese: “All’inizio voleva essere un film sull’incomunicabilità e le differenze che separano gli esseri umani – spiega a Roma il regista di 21 grammi -. L’esperienza sul set e il contatto con culture fra loro così distanti, lo ha poi trasformato in un viaggio alla scoperta di quello che veramente ci unisce. Non la felicità, come sosteneva Tolstoj in Anna Karenina, ma la sofferenza”. In un mondo polarizzato che non conosce più le mezze misure, prosegue, “la compassione è l’unico mezzo per abbattere i confini, interiori e culturali, che sempre più ci dividono”. Una grande responsabilità, in questo, risiede proprio nella religione: “Uno degli elementi – la definisce – che più ci hanno inculcato, per calcare le linee di demarcazione fra i popoli”.
Al centro del film, girato in oltre un anno a cavallo fra tre continenti, il casuale intreccio di quattro storie, ambientate agli opposti angoli del pianeta. Il legame è quasi pretestuoso: un fucile, venduto da un turista giapponese a un pastore marocchino, che nelle mani di due bambini ferisce per disgrazia una turista americana di passaggio. “Babel – spiega Iñárritu – è la conclusione della trilogia iniziata con Amores perros e proseguita con 21 grammi. Se il primo era ambientato nel mio paese e il secondo esplorava un ambiente a me estraneo, questo è una loro naturale evoluzione, che abbraccia una prospettiva globale”. Alla tipica destrutturazione temporale dei precedenti, si affianca questa volta anche una frammentazione geografica della narrazione: “Nonostante fra i protagonisti non si incontrino mai – prosegue -, il legame fra le loro vicende mira a sottolineare la concatenazione degli eventi a livello globale. Il fatto che qualsiasi decisione presa a New York possa scatenare reazioni in tutto il resto del mondo, testimonia che mai come prima, i nostri destini siano oggi tutti fra loro legati”.
Proprio in questo, secondo Iñárritu, risiede il positivo messaggio di Babel: “Rifiuto la visione dicotomica che l’Occidente ci offre oggi del mondo”. Questo film, che ad oggi considera il suo più ottimista, porta scritta fin dalla sua stessa genesi, la riscoperta di quella relatività che lui tanto difende: “Tutto è nato dal mio volontario esilio negli Stati Uniti – racconta -. Un temporaneo divorzio dal mio paese, che mi ha dato modo di sperimentare la condizione di limbo a cui è costretto un cittadino del terzo mondo, ospite nell’Occidente ricco”. A fronte dell’arroganza della polizia, vista come “strumento repressivo al servizio delle grandi potenze”, Iñárritu dice infatti di non aver mai sperimentato tanta compassione come in Marocco: “Il paese in cui più di ogni altro ho avvertito questo senso di ‘compassione’ – spiega -, accompagnato da grande spiritualità e generosità. Mi sono imbattuto in più estremisti cristiani a Memphis, di quanti ne abbia incontrati di musulmani in Marocco”.

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