La “sincera menzogna” di Rubini

"E' tutto vero, ma è tutto falso", dice il regista de L'uomo nero. Che ritorna nella sua Puglia anni '60 con Scamarcio e la Golino
30 Novembre 2009
La “sincera menzogna” di Rubini

“Continuo a tornare indietro, forse è arteriosclerosi, ma il presente non esiste. L’uomo nero è una commedia dei sensi per raccontare il pregiudizio e la figura paterna: i figli non capiscono i genitori perché li vedono attraverso il filtro del ruolo. Ma il mio Ernesto Rossetti è più persona che padre: straborda, piange, mostra debolezze, ma ha anche le palle, anzi le strapalle. Il suo segreto ne mostrerà infine tutta la dignità, lo spirito cavalleresco”. Così Sergio Rubini presenta la sua decima regia, L’uomo nero, da lui interpretato al fianco di Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Anna Falchi, che uscirà venerdì 4 dicembre in circa 200 copie con 01 Distribution.
Nella Puglia anni ’60, rievocata dal figlio Gabriele che ritorna per dargli l’estremo saluto, Rubini è Ernesto Rossetti, capostazione della ferrovia locale, con qualche frustrato talento per la pittura: vive con la moglie Franca (Golino), il figlio (l’esordiente Guido Giaquinto) e – suo malgrado – il cognato Pinuccio (Scamarcio). Tra le incomprensioni con il padre, la dolcezza severa della madre e la fascinazione per lo zio, solo da adulto (Fabrizio Gifuni) Gabriele potrà riguadagnare la giusta prospettiva su Ernesto.
Prodotto da Bianca Film con Rai Cinema, budget di 5 milioni di euro, scritto da Rubini con Carla Cavalluzzi (“Per me è una favola moderna, una sorta di Pinocchio”) e Domenico Starnone, con cui il regista condivide un padre ferroviere e artista, il film ha appunto elementi autobiografici: “Se uno non torna a se stesso, che cosa racconta?”, afferma Rubini, precisando: “Quando parti da te stesso, metti in scena parole che non hai detto e incontri che non hai fatto: è tutto vero, ma è tutto falso. Diciamo, una sincera menzogna”, e smentendo che dopo Colpo d’occhio abbia voluto ritornare a prendere di mira i critici, d’arte e non solo, attraverso i personaggi di Vito Signorile e Maurizio Micheli, due notabili – uno professore, l’altro avvocato – che castrano la carriera artistica di Rossetti: “Non parliamo di critici, ma di pregiudizi: quei due rappresentano l’emblema dell’immobilismo meridionale. Viceversa, io ho un ottimo rapporto con la critica: da autore, mi rammarico che oggi quasi non esista più, ridotta come è a 20 righe o poco più”.
Sul fronte degli attori, Valeria Golino sottolinea “il privilegio di aver potuto fare una settimana di prove, cosa sempre più rara nel nostro lavoro. Sergio trasmette una tensione artistica irresistibile. La mia Franca è donna terrigna, ma partecipe di piccoli miracoli quotidiani: parla con i cari defunti, e poi lo racconta come se nulla fosse. E’ una donna moderna, ma insieme spirituale e legata alle tradizioni”, mentre Scamarcio aggiunge: “Il mio è un personaggio dissacrante: portarlo sullo schermo è stato insieme divertente e faticoso. Sergio è un turbo che ti investe e ti costringe a dare di più: una fatica immonda”.
Dell’esordiente Guido Giaquinto, 8 anni, Rubini rivela: “L’avevo già scelto dopo aver visionato i primi 300 bambini, ma dopo ne ho visti altri 11.700 per fare di tutto per non prenderlo: perché avevo capito come fosse più forte di me…”.

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