La seconda giovinezza di Pupi

"Sono regredito all'infanzia", confessa Avati. Che porta in sala l'amore ai tempi dell'Alzheimer, con Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri
4 Ottobre 2010
La seconda giovinezza di Pupi
Una sconfinata giovinezza: il regista Pupi Avati con Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri

“Inquadro il mio rapporto col tempo: sono nella seconda parte del secondo tempo della mia vita, nella zona del rientro a casa. Ho dunque dismesso la nostalgia per la giovinezza, e fatto un passo avanti, anzi, indietro: la regressione, del resto propria alla patologia dell’Alzheimer, riporta all’infanzia. Il titolo, appunto, avrebbe dovuto essere Una sconfinata infanzia“. Così Pupi Avati presenta il suo nuovo film, Una sconfinata giovinezza, prodotto dalla Duea sua e del fratello Antonio con RaiCinema e distribuito da 01: dall’8 ottobre in 200 copie, “un numero prudente, frutto – puntualizza il regista – di un convincimento relativo della distribuzione, ma ne sono orgoglioso, perché credo esista un bacino potenziale anche per un film non di risate come questo, altrimenti non sarei il solo a dovermene preoccupare…”.
Protagonista con Francesca Neri, è Fabrizio Bentivoglio a dare estrema e poetica sintesi di questa Sconfinata giovinezza: “E’ quasi una favola per bambini: Chicca (la Neri, NdR) e Lino (Bentivoglio, nei panni di un giornalista sportivo del Messaggero colpito dal morbo di Alzheimer, NdR) non hanno bambini, finché lei un giorno non se lo ritrova in braccio”, mentre Avati ribadisce come “dentro di me sgomita il bambino di 8-10 anni che avevo dimenticato, per cui nel film ho messo tanti ricordi personali: dal gioco dei tappi che condividevo con mio fratello Antonio al cane Perché, come si chiamava quello di mio padre, dall’incidente automobilistico in cui persero la vita i miei genitori alla mia iniziazione sessuale con Leda, al bambino senza palato. D’altronde, è stato mio suocero, la sua patologia, il suo nitore nei riguardi del passato e la perdita del presente a farmi incuriosire e poi studiare l’Alzheimer, divenuto infine pretesto per raccontare una grande storia d’amore con le lettere tutte maiuscole. Oggi in cui non si abbandonano più solo i cani ma anche i parenti, la parola amore dovrebbe finire in testa a tutte le ricette mediche”.
Come e più di Bentivoglio invecchiata ad hoc, Francesca Neri parla di “un lavoro sulla dignità e l’integrità di questa donna nell’amore per quest’uomo. Non è stato facile scrollarmi di dosso questo ruolo, ma quando ne sono uscita ho riguadagnato il senso, la speranza poetica del film: la trasformazione dell’amore coniugale in amore materno”, mentre Bentivoglio aggiunge: “Pupi mi aveva chiamato dicendo di avere un pacco dono per un attore: effettivamente lo era, ma insieme anche una patata bollente, da maneggiare con i guanti d’amianto e tanta delicatezza e l’invito a tornare bambini per parola chiave.
Nel cast anche Serena Grandi, Lino Capolicchio, Manuela Morabito e lo scomparso Vincenzo Crocitti, Una sconfinata giovinezza arriva in sala dopo le polemiche per l’esclusione dal concorso di Venezia 67: “Ho metabolizzato, c’è ben di peggio nella vita, ma è stata una sofferenza, che mi ha lasciato sbigottito. Non sono aduso a comportamenti scomposti: se l’ho fatto è perché ho sofferto davvero”, puntualizza Avati. E conclude sul film: “Ho girato un grande pudore, interiorizzando il più possibile per non speculare: ho voluto mostrare come il morbo di Alzheimer, che è la malattia dei parenti, non dei malati, possa inquadrarsi nella vita, certamente soffrendone. Un film così non lo si può vedere con indifferenza, altrimenti si ha qualche problema…”.
 

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