La saggezza di Deepa Mehta

"Il caso dei marò? Sceneggiatura senza logica dei governi indiano e italiano", dice la regista. Che porta in sala I figli della mezzanotte, tratto da Salman Rushdie
22 Marzo 2013
La saggezza di Deepa Mehta

“Siamo amici da 7-8 anni, ci siamo incontrati a cena, Salman Rushdie mi ha chiesto: “Ma quale dei miei libri vorresti adattare?”. Gliel’ho detto, a detenere i diritti era lui, ed ecco il film”. Così la regista indiana Deepa Mehta ripercorre brevemente la genesi de I figli della mezzanotte, tratto dal bestseller di Rushdie vincitore del Booker Prize e dal 28 marzo nelle nostre sale in 50 copie con Videa.
Nel film, allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947, mentre l’India dichiara l’indipendenza dal Regno Unito, due neonati vengono scambiati in una clinica di Bombay: Saleem Sinai, figlio illegittimo di una donna povera, e Shiva, erede di una coppia benestante, vivranno l’uno il destino dell’altro, intrecciando inesorabilmente le proprie vicende a quelle turbolente del Paese asiatico.
“Non è una storia vera, ma ne ho parlato a  lungo con Rushdie, perché era importante capire cosa significassero per lui i poteri di questi figli della mezzanotte, ovvero, la metafora delle potenzialità e della speranza dell’India. Da parte mia, mi sono chiesta come rappresentarli: non volevo fare Harry Potter o X-Men, piuttosto, ho pensato a Ugetsu di Kenji Mizoguchi”, dice la Mehta, indiana trapiantata in Canada, già nominata all’Oscar per Water. Se lo scrittore ha accettato di buon grado che il suo libro venisse trasposto sullo schermo, decisamente più difficile è stato convincerlo a firmare la sceneggiatura con la regista: “Non ne voleva sapere, ma era fondamentale fosse coinvolto: solo lui poteva mancare di rispetto a questo libro iconico. E, a distanza di 30 anni, poteva provare lo stesso affetto per il romanzo, ma non era più la stessa persona”, sottolinea la Mehta, che in fase di scrittura ha “discusso con Salman, ma senza litigare né strillare”.
Dopo il difficile percorso di Water, ultimo capitolo della sua trilogia degli elementi che venne bloccato dal governo indiano 8 anni fa, per I figli della mezzanotte non ci sono stati ostacoli: il governo non ha applicato alcuna censura, nonostante le critiche all’operato di Indira Gandhi presenti nel film, stampa e botteghino hanno risposto bene, anche perché “questo non è Versetti satanici, che sarebbe assai arduo adattare, ma un libro molto amato in India: abbiamo girato senza la paura che inevitabilmente paralizza la creatività”.
Budget di 10,7 milioni di dollari e location in Sri Lanka, Bunuel per voce guida, ovvero, “laddove cerchi il particolare sei universale”, “un ragazzo che cerca amore, identità e famiglia per storyline”, Deepa Mehta non discrimina sulle dimensioni di un progetto: “Piccolo o grande, è sempre una sfida, e ogni volta l’affronto nello stesso modo”. Ma, a  parte l’excursus storico del film, come sta l’India oggi? “Forse ha il più alto tasso di crescita al mondo, ma anche enormi disparità: chi ha tutto e chi niente. Un sequel ai Figli della mezzanotte dovrebbe parlare di questo, cercando risposte a come attenuare questa sperequazione”.
Da ultimo, la Mehta prende posizione sullo spinosissimo caso dei marò italiani: “Quel che è successo non ha logica, sembra una sceneggiatura scritta dal governo indiano e quello italiano, un puzzle di cui ai cittadini manca più di una tessera: i politici non rappresentano i propri Paesi, ormai ne sono assolutamente convinta. E, sì, sarebbe interessante fare un film su questa incredibile vicenda”.

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