La rotta del cinema italiano

Allarmante il Rapporto 2014: calano investimenti, incassi e quota di mercato. Nicola Borrelli: "Cambiare o vivacchiare"
15 Luglio 2015
Business, In evidenza
La rotta del cinema italiano

La locomotiva del cinema italiano si è fermata: aumentano i film prodotti ma calano gli investimenti, gli incassi e la nostra quota di mercato, mentre all’estero non esistiamo.
E’ il desolante quadro fornito dal settimo Rapporto sul Mercato e l’Industria del Cinema in Italia, co-editato da Fondazione Ente dello Spettacolo e Direzione Generale Cinema del MiBACT. Il volume, presentato questa mattina presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, conferma la stagnazione del nostro sistema audiovisivo, i cui segnali erano già emersi lo scorso anno mascherati però dall’eccessivo trionfalismo per la performance di Checco Zalone e del suo Sole a Catinelle: “Il pubblico non ha tradito – conferma il curatore del rapporto Redento Mori – ma a tradire semmai è stata l’offerta, priva nel 2014 di film-evento”.

In effetti, il leggero calo della domanda (-4.95% di ingressi) non giustifica la ben più consistente flessione della quota di mercato del cinema italiano (passato in un anno dal 31, 16% al 27, 76%): “Un dato che è destinato a peggiorare ulteriormente nel 2015 – anticipa Nicola Borrelli, DG Cinema MiBACT – quando la quota di mercato dei nostri film rischia di scivolare al 22%, sotto la media europea. E’ un trend allarmante che richiede una decisa inversione di rotta e la collaborazione di tutti gli attori della filiera. Se non si vuole continuare a vivacchiare”.

Ma che cosa ha provocato il crollo del cinema italiano? Una legge dell’economia: “Se l’attività produttiva – rileva il Rapporto – cresce più velocemente delle risorse economiche impiegate e generate, il valore per unità di prodotto scende in misura inversamente proporzionale”.
Tradotto: si producono troppi film con budget molto esigui (sotto il milione e mezzo di spesa) e senza prospettiva di mercato. Colpa della contrazione degli investimenti (-34%), su cui pesa il fuggi-fuggi degli investitori stranieri (-47% rispetto al 2013), con le coproduzioni che sono colate a picco e hanno perso 2/3 del budget medio (da 7,01 milioni di euro  per film del 2013 a 2,55 del 2014).

Non aiuta la progressiva sparizione di sale urbane a favore dei multiplex nelle periferie, come lamenta Mario Mazzetti, Segretario nazionale Anec: “A Riccione, con distributori ed esercenti, abbiamo individuato ulteriori criticità del sistema, come l’eccessiva contrazione dei generi, una fiscalità che danneggia enormemente l’esercizio e un’assenza di politiche per la domanda”. Sull’ultimo punto qualcosa si muove a livello formativo, con il decreto “La buona scuola” appena approvato che accenna vagamente al tema dell’educazione all’immagine, mentre il terreno della fiscalità è già più delineato ma ugualmente scivoloso, con il progressivo disimpegno dello Stato a favore di una forma d’intervento indiretta e limitata alla progressiva estensione del credito d’imposta.

Domanda: può bastare come unica leva finanziaria? “Il contributo nazionale al sistema audiovisivo – replica Borrelli – è ancora al 50%, più che in altri paesi europei. A mancare all’appello sono i privati. E poi, è possibile che la percentuale di finanziamento all’attività produttiva da parte delle nostre televisioni sia solo del 4%? In Francia è al 6%, in Germania addirittura al 7%. Ma è tutto il comparto che avrebbe bisogno di nuovi modelli di business, di una ridefinizione dei suoi assetti, della verifica delle posizioni dominanti a livello distributivo. E ovviamente di un rinnovamento dei linguaggi. L’Italia è l’unico paese europeo a non avere esportato format originali negli ultimi 3 anni. Persino la Danimarca ha fatto meglio di noi. All’estero, a parte Sorrentino e Gomorra, non ci conoscono”.

Perciò quello dell’internazionalizzazione è uno dei nodi decisivi per il futuro del nostro cinema. Una sfida che mette d’accordo i principali attori della filiera e le maggiori istituzioni. Ben vengano dunque i progetti di scambio culturale messi in campo dal Centro Sperimentale (che attiva una sorta di Erasmus mondiale tra studenti di cinema) e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo (che proprio col Rapporto 2014 ha inaugurato un focus dedicato ai paesi emergenti, iniziando da Cuba), così come bisogna valutare positivamente le esperienze dei bandi internazionali  promossi dal MiBACT (che hanno favorito co-produzioni con Francia, Germania, Argentina e Canada), a patto che non ci si illuda che basti questo a rilanciare il marchio Italia a livello mondiale.

Prima di proporsi all’estero – ma anche di proporsi per l’estero, con l’imminente sbarco di Netflix nel nostro territorio – un paese dovrebbe avere coscienza di un’identità, di un ruolo, di una missione. L’Italia ce l’ha? Il Rapporto 2014 qualche dubbio lo lascia.

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