La nostra Italia

"La furbizia? Da noi è prassi", dice Luchetti presentando l'unico film tricolore in concorso a Cannes. E su Bondi è polemico: "Artisti liberi vero spot per il paese"
8 Maggio 2010
La nostra Italia
Il regista Daniele Luchetti

Come già successe due anni fa con il paese di Gomorra (e quello assurdo, ma non meno inquietante, de Il Divo), l’Italia di scena a Cannes non è un belvedere. Draquila di Sabina Guzzanti mette il dito nella piaga del malaffare e della pessima politica. La nostra vita di Daniele Luchetti registra il baratto del vecchio ordine etico per il circuito amorale dell’avidità e della furbizia. Il ministro Bondi prende le distanze (ma la polemica riguarda solo il doc della Guzzanti), annunciando forfait sulla Croisette: “Bondi contro Draquila: sembra uno di quei bei film di serie B – commenta il regista di Mio fratello è figlio unico -. Sono dispiaciuto perché quando un film racconta con bravura i nostri panni sporchi, offriamo un bellissimo spettacolo, quello di artisti liberi che non hanno paura di mostrare la realtà. E un ministro della cultura che si vergogna di un artista libero…”.
Selezionato per il Concorso Ufficiale – dove passerà il 20 maggio, un giorno prima della sua uscita in sala con 01 – La nostra vita inquadra le periferie romane per raccontare la caduta morale di un manovale, Claudio (interpretato da Elio Germano, perno cui ruota l’intero film), incapace di reagire alla morte della moglie (Isabella Ragonese) se non “monetizzando” la sua esistenza: la perdita di un affetto rimpiazzata dall’abbondanza di soldi e di cose, il cuore dal dio denaro, l’educazione dei figli dal loro appagamento materiale (Wii, piste da corsa e quant’altro), in un tuffo vertiginoso nella palude degli appalti edili, dove sguazzano pescecani e lavoratori in nero, extracomunitari senza permesso di soggiorno e nuovi schiavisti: “Non volevo condannare né celebrare nessuno – dice Luchetti nella conferenza stampa a Roma di questa mattina – ma mostrare il nuovo proletariato così com’è, non dall’alto in basso come si faceva una volta con la commedia o il cinema politico. Detesto i film che si basano sui servizi dei giornali o delle tv. Qui ci sono persone reali che ho conosciuto”. E aggiunge: “Se le scorciatoie e le furbizie mostrate vengono accettate così naturalmente, è perché oramai è la prassi del paese”.
Altro tema caldo quello dell’immigrazione. In uno dei momenti di maggiore frustrazione Claudio grida: “Sono diventato io lo straniero vostro”. Spiega il regista: “Straniero è per noi ormai sinonimo di schiavo. La dice lunga su certo razzismo di convenienza. E non è un caso che tutti gli extracomunitari del film si comportino da analisti coi nostri connazionali, mettendoli in guardia sul crescente imbarbarimento portato dall’ideologia del denaro. Questo è un film di analfabeti del lessico emozionale, intrappolati nell’avere”.
Tra le cause La nostra vita sembra accreditare la crisi dell’antico modello matriarcale, dove la donna è riferimento etico di figli e mariti: “ E’ indubbio – spiega Luchetti – che quando muore la moglie di Claudio, tutto si sfascia. Si rompono gli argini morali. Questo padre rimasto solo tratta i propri figli come pacchi postali, gestisce le emergenze, ma è incapace di ascoltarli veramente”. Sarà un’altra donna – la sorella Loredana (Stefania Montorsi) – a fargli risalire la china: “Lei attiverà la rete di solidarietà. L’idea fondamentale era tornare alla famiglia. E’ Il tema che ci rappresenta meglio come paese nel cinema”. Notevole la performance di Germano: “Regge gran parte del film. Nella scena del funerale ha un’intensità straordinaria. E quando improvvisa lo fa sempre nel modo giusto”. Sul resto del cast: “Sono attori fidati, con cui ho già lavorato. Anche se non ho una mitologia del set dove tutti vanno d’accordo. Ho scelto questi interpreti non da amico, ma perché li ritengo bravi. E mi sono divertito a mescolare le carte, assegnando ruoli inconsueti a Zingaretti e Bova. Zingaretti paraplegico e spacciatore, e Raoul schivo e sfigato con le donne come non si era mai visto”. Puntuale il lavoro sugli ambienti: “Avevo in mente il cinema anni ‘60 di periferia, con scene illuminate quasi sempre al naturale, fotografia mai troppo forzata. Le periferie di oggi sono diverse però. Con pochi soldi puoi avere una casa da 120 mq, col terrazzo, il garage e i centri commerciali sotto. Ma con il problema che sono sconnessi dal tessuto urbano, e hanno come unica offerta culturale i multisala. Danno l’illusione di benessere, ma sono ghetti”.
Con Luchetti i collaboratori di sempre, Rulli e Petraglia alla sceneggiatura, Mirco Garrone al montaggio: “Mirco ha dovuto lavorare su un materiale quasi documentaristico. È come quegli artisti che trovano oggetti sulla spiaggia e poi compone una scultura. E se ti dice togliamo, stringi i denti ma ti devi fidare”. Musiche di Franco Piersanti, ma il tormentone è Anima fragile di Vasco Rossi, particolarmente vibrante nella scena del funerale: “L’ho scelta due settimane prima delle riprese, tra una lista di altre canzoni popolari. II suo utilizzo durante le esequie? Una suggestione nata da un funerale visto anni fa in cui una ragazza tossicodipendente aveva espresso come suo ultimo desiderio che venisse cantata durante la funzione Like a Virgin”.
Chiude con una battuta su Cannes: “E’ il festival del paese che ama di più il cinema. E con i nostri 60 -70 film prodotti ogni anno sfidiamo cinematografie che ne realizzano in media 200-250. In un certo senso andiamo lì a festeggiare la produttività degli altri”.

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