La modernità di Mario

A 30 anni dalla scomparsa, "Gli archivi del '900" promuovono una serie di iniziative per ricordare Camerini. Proponendo il suo lavoro alle nuove generazioni
4 Febbraio 2011
La modernità di Mario

(Cinematografo.it/Adnkronos) – Uomini di cinema. In occasione del 30° anniversario della scomparsa di Mario Camerini, avvenuta a Salò, sul lago di Garda, il 4 febbraio del 1981, “Gli archivi del ‘900”, associazione presieduta da Anna Maria Camerini, figlia del regista, e diretta da Ernesto Nicosia promuovono una serie di iniziative che riportino il regista, la sua opera e la sua epoca all’attenzione delle nuove generazioni. E ristabiliscano la verità intorno ad un autore identificato troppo genericamente con il cinema dei telefoni bianchi. Le numerose iniziative programmate su Mario Camerini, che saranno realizzate e incrementate in collaborazione e concerto con le massime istituzioni e i migliori specialisti del settore, prevedono: la realizzazione di un documentario; la realizzazione di una monografia sull’attualità della sua lezione; la realizzazione di un volume sui film andati perduti; il restauro di un suo film di alto valore ed in stato di necessità d’intervento: Rotaie; una rassegna di suoi film destinata soprattutto ai giovani; una mostra di foto, documenti, manifesti.
Mario Camerini, nato a Roma il 6 febbraio del 1895, ha certamente riscosso l’interesse e il rispetto del mondo della cultura, anche se con lentezza: “Come molti di noi ho scoperto questo cinema in ritardo – ammette il critico e studioso Adriano Aprà – e devo dire che non sapevo molto del cinema degli anni Trenta finché non se ne è parlato al Festival di Pesaro nel ’74. Qui ho scoperto che molti critici ci avevano mentito”. E aggiunge: “In genere non si andava al di là del Professionista o del Cantore della piccola borghesia. Falso. Il problema è che su Camerini non esisteva saggistica e non si è capito quanto fosse grande questo regista. Insomma, Camerini è stato un regista sottovalutato a lungo”. “Nel 1945 uscì Due lettere anonime – prosegue – che, insieme a Roma città aperta di Rossellini fece storia. Era considerato solo un regista di commedie, ma in realtà ha diretto anche melodrammi e kolossal, pensiamo a La figlia del capitano o a Ulisse. E’ difficile, quindi, fare i conti con questo suo triplice aspetto e la critica se ne è spesso lavata le mani, ricorrendo a luoghi comuni come “eclettico” o “buon professionista”. Ecco, approfittiamo dell’anniversario per renderci conto che abbiamo in casa un grande autore”.
Come rileva un decano della critica come Callisto Cosulich, “Quello che stupisce di più nel cinema degli anni ’30 era la nostra impossibilità di confrontarsi con gli altri paesi, all’epoca eravamo molto provinciali. Il cinema di Camerini, invece, si poteva confrontare sia con le commedie sofisticate sia con i melodrammi che si giravano all’estero”.

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