La fabbrica di Calopresti

"L'arroganza del profitto regna ancora sovrana: è terribile", dice Calopresti. Che porta al Lido la tragedia della ThyssenKrupp
4 Settembre 2008
La fabbrica di Calopresti

“Siamo stati illusi dal mito della fabbrica moderna, tecnologica e pulita, ma era un incantesimo, che la tragedia della ThyssenKrupp ha spezzato”. Figlio di una tuta blu della Fiat, presidente della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, Mimmo Calopresti ha scelto la tragedia della Thyssen, che nella notte tra il 5 e 6 dicembre 2007 è costata le vite di sette operai, quale soggetto del suo nuovo film, La fabbrica dei tedeschi, Evento Speciale della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema. Nato quale documentario, è diventato un vero e proprio film sul dopo-tragedia: insieme alle interviste ai familiari delle vittime, gli operai e i vigili del fuoco, lo schermo accoglie un prologo fiction, con Valeria Golino, Monica Guerritore, Silvio Orlando, Rosalia Porcaro, Luca Lionello, Vincenzo Russo e Giuseppe Zeno che interpretano i sopravvissuti: madri, mogli e colleghi degli operai uccisi.

Mimmo, dove nasce La fabbrica dei tedeschi?
Ho sentito un impeto fisico: davanti alla tv, mentre quei ragazzi morivano. Dovevo fare qualcosa, andare lì per stare vicino a loro, le madri, le mogli, i sopravvissuti. 

Qual è stata la tua reazione?
Prima del film, il mio era un moto d’animo: voglia di esserci e raccontare, perché quel che era successo – e succedeva – era atroce.
Ogni volta che passavo davanti a quella fabbrica, immaginavo un posto dove si lavorasse con molta fatica, e sudore. Con la Thyssen credevo arrivasse la tecnologia, e quindi un sensibile miglioramento delle condizioni degli operai, non più operatori ma controllori. Giunto sul posto, il moto d’animo è divenuto moto di ribellione. Pensare che oramai gli operai erano entrati in un cono d’ombra mediatico: ne sono usciti “grazie” alle morti bianche…

Come rifletti sullo schermo questa situazione?
Sono arrivato lì e ho trovato morti, famiglie e storie d’amore distrutte: mi ha molto toccato, e commosso, questo amore finito in un grande dolore. Allora ho pensato fosse da raccontare con la finzione: un prologo di 10 minuti, girato in pellicola in bianco e nero, con gli ultimi atti di questi operai, che viene ucciso dal documentario. La realtà uccide la finzione: una telefonata, il padre che saluta il figlio che va a lavorare, momenti quotidiani che non sai li stai vivendo per l’ultima volta. E’ cinema, non una ricostruzione – che mi terrorizzava – bensì un film sulle loro vite, che come queste viene troncato bruscamente da una realtà terribile.

Cche cos’è La fabbrica dei tedeschi?
Non si tratta di un instant-movie politico, nonostante impegno e denuncia siano oggettivamente presenti, piuttosto un approccio cinematografico alla vita di queste persone, intimo e insieme pudico, ispirato dagli stessi sentimenti che ho provato di fronte al piccolo monumento eretto davanti alla Thyssen. E’ un film, potete definirlo un documentario, per me non è importante.

Contento di presentarlo in anteprima alla Mostra di Venezia?
Non mi dimentico di fare cinema, e la Mostra è il luogo d’elezione del cinema. Voglio andare al Lido per parlare di cinema e di cosa il cinema possa fare per cambiare il nostro mondo. Porto alla Mostra un film, questo è il messaggio che voglio passi.

Concludi le note di regia con un interrogativo: “Come è possibile che sia successo?”. Hai trovato una risposta?
Carlo, un operaio della Thyssen, aveva denunciato la situazione  prima che avvenisse il disastro. “Io l’avevo detto”, ripete oggi, incazzato nero. “Come è possibile sia successo?”, l’ho chiesto a lui.  “E’ colpa di quei maledetti rulli, che devono sempre continuare a girare”: la logica produttiva vince su tutto, anche sulla vita delle persone. E anche questo non me l’aspettavo. Mi chiedo, quando gli esseri umani inizieranno a essere trattati in quanto tali, e non per quel che fanno: operai, impiegati, muratori? Non è affatto scontato. L’arroganza del profitto regna ancora sovrana, ed è terribile.

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