Ken is back

A una settimana dalle elezioni inglesi, Ken Loach presenta il nuovo film, Sorry We Missed You: "Dovremmo rimanere umili sulle possibilità del cinema, ma speriamo che questo film abbia un effetto sulle persone". In sala dal 2 gennaio
Ken is back
Ken Loach - Foto Karen Di Paola

A Roma per presentare il suo ultimo film, Sorry We Missed You, Ken Loach, arrivato con un “tipico raffreddore britannico”, sa di non poter schivare le domande sulle elezioni politiche che, appena una settimana fa, hanno visto il trionfo dei conservatori. “Non è stata una buona settimana”, dichiara.

A dialogare con lui c’è Diego Bianchi, conduttore di Propaganda: “Forse mi hanno chiamato”, spiega a Loach, tra il serio e il faceto, “perché sono l’interprete di un problema comune: l’analisi delle sconfitte della sinistra”.

“Purtroppo le persone erano molto confuse”, continua il regista, “Corbyn, un uomo di pace, è diventato estremamente impopolare: i media l’hanno dipinto come un razzista, un simpatizzante dei terroristi”.

“I personaggi del film – chiede Bianchi – in particolare Abby e Ricky, come pensi abbiano potuto votare, se hanno votato?”. Loach non ha dubbi: “Mi auguro che siano stati sufficientemente sensibili all’idea di andare a votare… E teniamo conto che una persona su tre ha votato per il Labour”.

“Forse altri personaggi del film avranno votato Boris Johnson”, incalza Bianchi. “La propaganda porta a credere che i più forti siano coloro che sono più vicini ai deboli. Ricordiamolo, la propaganda ha convinto le persone ad ammazzarsi a vicenda. La questione Brexit è complessa. Da un punto di vista di sinistra, l’Unione Europea è un paradosso: vogliamo essere solidali ma crediamo nel libero mercato. Crediamo nella UE, ma non in questa UE che produce la crudeltà descritta nel film”.

Ho fatto una campagna elettorale porta a porta”, continua il regista, “e ho percepito quanto le persone fossero state influenzate dalle bugie messe in circolo dalla propaganda. Non parlo solo dei conservatori, ma soprattutto dei liberaldemocratici che hanno fatto di tutto per distruggere il programma radicale del Labour. Oggi stesso Tony Blair attaccherà ancora una volta Corbyn: ma da colui che con George W. Bush si è reso responsabile di almeno un milione di vittime in Iraq, da colui che ha privatizzato senza regole portandoci nel disastro attuale, ecco, lezioni non ne prendiamo”.

“Noi in Italia non abbiamo nemmeno un programma radicale da attaccare ma abbiamo i fan di Blair”, ironizza Bianchi. “I film di Loach”, riflette, “raccontano le storie degli ultimi che sopravvivono. E, dopo che empatizziamo con i personaggi e iniziamo a tifare per loro, ci viene negato un happy end, torniamo alla realtà”.

“A Re Lear vorresti un lieto fine?”, ribatte il maestro inglese. “Il cinema può fare molte cose. A volte, in passato, abbiamo avuto vittorie, in futuro ne avremo altre!”. Questo film può incidere sulla realtà? “Un piccolo effetto si può avere. Il discorso pubblico è fatto di più voci. La nostra è una piccola voce. La propaganda ha raggiunto il suo apice e ha travolto le voci diverse. Dovremmo rimanere umili sulle possibilità del cinema”.

Sorry, We Missed You

Sulle scelte di regia: “L’attore che interpreta Ricky ha fatto l’idraulico, Abby è un’insegnante di sostegno che aveva recitato una sola battuta in televisione. I due ragazzini provengono dalle scuole locali. Ho scelto attori che potessero garantire autenticità e credibilità perché in grado di capire a livello di budella il significato della storia. Abbiamo provato piccole scene che fossero emblematiche e poi abbiamo girato in ordine cronologico. Praticamente si è improvvisato: gli attori scoprivano a mano a mano la storia e così emergeva la percezione dello shock e del dolore. È modo pericoloso di lavorare perché potrebbe andare storto”, sorride.

Sollecitato dai giornalisti, Loach offre ulteriori spunti. “La situazione è ormai insostenibile e le grandi aziende vogliono che resti così. Il manager del magazzino, Maloney, spiega bene come funzionano la concorrenza e il sistema di riconoscimento: il lavoro va a chi è più veloce, economico, affidabile. La classe operaia viene sfruttata oltre ogni limite e il capo di Amazon è l’uomo più ricco del mondo. Ma non è solo una questione di disuguaglianza. Ciascuno di quei furgoni non fa altro che bruciare combustibili fossili. Un’idea ridicola e allucinante: bruciando benzina si distrugge il pianeta. E questa colpirà i figli dei lavoratori come i figli dei borghesi”.

La vera tragedia che mette in evidenza il film non è l’assenza del lavoro ma il dovere di continuare a lavorare. Cosa possono fare i sindacati? “Riscoprire i metodi originari. I sindacati nacquero quando la gente viveva in condizioni simile a quelle descritte nel film. I portuali si radunarono sulle banchine per farsi assumere. I sindacati hanno bisogno di persone che sappiano organizzare lavoratori”.

Uno dei temi forti del film è il tempo rubato. “Le persone lavorano per garantirsi una vita serena, ma poi non possono coltivare il privato. Questo vale sia per i dirigenti sia per la classe operaia. La tecnologia ci rende sempre reperibili: il Labour ha proposto di usare la tecnologia per ridurre la settimana a 32 ore lavorative. Ma il discorso pubblico è talmente avvelenato al punto che una misura di buon senso è stata derisa”.

“il film – prosegue Loach – non offre risposte ma le indica. Il pubblico deve fare un po’ di lavoro attraverso questi suggerimenti. Il cinema ha questa funzione. Purtroppo oggi a decidere i film che devono essere fatti non sono gli autori ma le multinazionali che possiedono le sale e stipulano accordi con le major gestite da altre multinazionali. Se a decidere i film da fare è una piramide di burocrati che sbatte fuori ogni originalità, il problema di chi vuole fare film indipendenti diventa sempre più forte. Noi siamo fortunati perché riusciamo a occupare una piccola nicchia”.

E conclude raccontando la distribuzione di Io, Daniel Blake come esempio di esperienza virtuosa: “Per raggiungere le sale delle comunità, la distribuzione ha permesso il noleggio delle copie a un prezzo economico. Hanno richiesto il film le sale delle associazioni di beneficienza, dei club sportivi, dei sindacati, perfino della chiesa. Siamo arrivati a 700 proiezioni! Abbiamo penetrato il territorio in maniera capillare. E il film ha trovato il suo pubblico”.

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