J.F.K. vive ancora

22 novembre 1963. Rai 3 ricorda il cinquantenario della morte di Kennedy con Parkland di Peter Landesman: "Ecco quello che accadde subito dopo l'omicidio", dice il regista
22 Novembre 2013
J.F.K. vive ancora
John Fitzgerald Kennedy

Dallas, 22 novembre 1963. John F. Kennedy, trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, viene ferito mortalmente durante il passaggio della limousine presidenziale in Dealey Plaza. Oggi, esattamente 50 anni dopo, Rai 3 trasmette alle 21.05, in prima visione assoluta, Parkland di Peter Landesman, film presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia e inedito in sala. Basato sul libro “Reclaiming History: The Assassination of President John F. Kennedy” di Vincent Bugliosi, il film racconta quello che avvenne immediatamente dopo, e nei tre giorni successivi alla tragedia, seguendo freneticamente l’immediato ricovero d’urgenza al Parkland Memorial Hospital, i tentativi disperati dell’equipe medica per tenere in vita Kennedy, allargando poi lo spettro su tutta una serie di “protagonisti” nascosti che, seguendo da vicino l’intera vicenda, rimasero comunque lontani dal clamore che quel tragico evento suscitò a Dallas, negli Stati Uniti e nel mondo intero. Nel cinquantesimo anniversario della morte di Kennedy, Peter Landesman si confronta con un avvenimento che lui stesso definisce “la Stele di Rosetta della nostra storia, l’avvenimento con cui nacquero le breaking news”: l’approccio – dispersione del punto di vista, coralità – ricorda quello adottato da Emilio Estevez per Bobby, film che raccontava l’omicidio di un altro Kennedy, Robert, avvenuto solamente cinque anni dopo quello di J.F.K.
“Per 50 anni non abbiamo fatto altro che parlare dell’omicidio di Kennedy solo per quello che riguardava cospirazioni o altro, senza mai approfondire l’aspetto di anarchia e confusione che governò i giorni immediatamente successivi l’evento”. Così Peter Landesman spiega l’approccio utilizzato per realizzare la sua opera prima da regista.
A Landesman non interessa approfondire nuovamente il discorso legato all’omicidio Kennedy in termini di responsabilità o riproporre tesi cospirazioniste, il suo film ragiona su un qui e ora ormai lontano 50 anni: necessariamente, però, in quel qui e ora non poteva mancare Lee Harvey Oswald (Jeremy Strong), il suo arresto e il successivo sparo che lo ferì a morte in diretta televisiva. Anche stavolta, però, il film si concentra sull’aspetto “nascosto” riguardante il “celebre omicida di J.F.K.”, ovvero la sua famiglia: il fratello Robert (James Badge Dale), catapultato in un incubo che non avrebbe mai potuto immaginare, la madre (Jacki Weaver), ossessionata e sopra le righe, convinta che il figlio fosse un agente segreto incastrato dal governo USA. “Questa storia è come un grande polipo, con più vicende che partono e si sviluppano partendo da un unico avvenimento”, dice ancora il regista, che aggiunge: “Questo film non vuole fornire nessun giudizio, non incolpa nessuno, si tratta di un’esperienza umana, portata sullo schermo attraverso un utilizzo impressionista della fotografia per tentare di cogliere la violenza di quei momenti, rendere il ritmo precipitoso degli accadimenti. Un film senza respiro”. Interpretato, tra gli altri, da Zac Efron (lo specializzando dell’ospedale che per primo tentò di salvare Kennedy), Marcia Gay Harden (l’infermiera Doris), Billy Bob Thornton (agente dei servizi segreti Forrest Sorrels) e Paul Giamatti, che veste i panni di Abraham Zapruder, l’uomo che riprese con un super8 il tragico momento dell’attentato: “Abbiamo avuto una licenza per poter riprodurre quel filmato – racconta Landesman -, forse il documento audiovisivo più visto in termini investigativi nella storia dell’uomo. Filmato che abbiamo visto milioni di volte, che il magazine Life pagò 50mila dollari nel 1963: ma perché non abbiamo mai saputo nulla di quello che accadde a Zapruder subito dopo averlo realizzato? O a Robert Oswald quando venne a sapere dell’arresto del fratello? Il concetto alla base del film è proprio questo: prendere il pubblico e metterlo nei panni di quelle persone che hanno dovuto affrontare la tragedia negli attimi successivi. Quando si è sotto il fuoco nemico ci sono due possibili reazioni: il panico che spinge alla ritirata o tentare piccoli gesti di eroismo. Il film racconta quest’aspetto, i piccoli gesti compiuti da perfetti sconosciuti all’indomani di un drammatico evento di portata mondiale”.

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