Io sono Will Smith

"Paure ataviche in formato blockbuster" dice l'attore Usa. La sua leggenda milionaria dall'11 gennaio in sala
9 Gennaio 2008
Io sono Will Smith

“Whooooooo! Whooooooo! Whooooooooooo!”. Esulta a squarciagola Will Smith, all’apertura della conferenza stampa di Io sono leggenda, blockbuster targato Warner Bros. in uscita in 513 sale italiane venerdì 11 gennaio. Scritto da Akiva Goldsman, diretto da Francis Lawrence, questo terzo adattamento del celebre romanzo I’m Legend di Richard Matheson uscito nelle sale americane il 14 dicembre ha incassato a oggi 230 milioni di dollari, consacrando il protagonista Will Smith (nei panni del newyorkese Robert Neville, ultimo sopravvissuto del genere umano falcidiato da un virus creato in laboratorio) come uno – se non il – degli attori più remunerativi di Hollywood. “Due le idee – dice l’attore afro-americano – profondamente attuali del romanzo, ovvero due paure primordiali, quella del completo isolamento e quella di presenze minacciose e sconosciute nel buio. Grazie al brillante Francis (Lawrence) e all’incredibile Akiva (Goldsman) oggi lo schermo ce le riconsegna, con il mio personaggio avvolto in un blockbuster”. Gli fa eco il regista, che ribadisce “il tema dell’isolamento, con le ripercussioni sulla psiche, e la natura bio-medica delle creature”, mentre ironicamente Goldsman aggiunge: “Era l’unico libro che avevamo in casa”. Sul finale di speranza, differente dal romanzo (edito da Fanucci in Italia), “solo in Io sono leggenda – dice Lawrence – la morte di Smith può essere considerata speranzosa. In realtà, oltre al libro ci siamo ispirati al suo secondo adattamento 1975: Occhi bainchi sul pianeta terra, più ottimista delle pagine nichiliste di Matheson, perchè tutti e tre non eravamo interessati all’estinzione dell’umanità”. “La mia famiglia viene uccisa, strozzo il mio cane, chi altro potevo uccidere?”, ribatte Smith, aggiungendo: “Più che di speranza parlerei di verità, l’idea che qualcosa muore e poi rinasce”. “Il mio spazio naturale emotivo – prosegue l’attore – è giocoso, socievole: anche egoisticamente, ho sempre bisogno di energie positive, qui ho combattuto per preservarle fuori dal set. A differenza di 10 anni fa, quando interpretando Sei gradi di separazione avevo accumulato energie negative che mi hanno portato al divorzio dalla mia prima moglie”. Ritornando a Io sono leggenda, per lo sceneggiatore Goldsman: “Dopo 28 giorni dopo, 28 settimane dopo e altri film, non era più possibile una versione originale del romanzo: qui non abbiamo un cattivo, insolito per questo genere, ma uno spazio libero per la performance dell’attore, un one man show tranquillo e silenzioso, una narrativa interamente basata sugli aspetti comportamentali. Ci sono tre attori al mondo in grado di farlo, e due sono morti…”. Sulla scelta di Three Little Birds, I Shot the Sheriff, Stir It Up e Redemption Song di Bob Marley in colonna sonora, “Una sera ero su Internet e digitando in Google “I’m Legend” come primo risultato usciva l’album di Marley: nelle sue canzoni ritrovavo le stesse idee di cui stavamo discutendo”. “Se oggi grazie alle ultime tecnologie non servono più blue e green screen è per me attore è più facile la performance, rispetto per esempio a Io, Robot, Akiva e Francis amano mettere riferimenti nei film anche se nessuno li noterà: è il loro modo di scherzare”, prosegue Smith, in riferimento alla locandina di Superman-Batman, a creature simili agli zombie romeriani, al dvd di Quei bravi ragazzi e alle opere d’arte, tra cui un Van Gogh, che vediamo in Io sono leggenda. Sulle critiche di un giornalista sui debiti del film nei confronti dei videogames, per Lawrence “tempo e stile dell’azione sono assolutamente diversi”, mentre sarcastico Smith taglia corto: “Non si dovrebbe giocare col joystick al cinema, non è carino, ci sono altre persone sedute vicino…”. Sempre sul filo dell’ironia, sulle difficoltà incontrate dai newyorkesi durante la lavorazione del film, dice Will Smith: “Continuavano a farmi il segnale americano di disapprovazione, con un dito alzato: credevo dicessero che ero il numero uno, ma Akiva mi ha spiegato come non fosse così…”. Da ultimo, sul rapporto tra scienza e fede – la prima propugnata da Smith/Robert Neville, l’altra da Alice Braga/Anna – “alla fine – dice Smith – non c’è la vittoria di l’una sull’altra, ma collaborazione e congruenza, come accade tra fisici subatomici e mistici”. “Non a caso – aggiunge Lawrence – abbiamo parlato con virologi che ci hanno detto di aver trovato Dio nella scienza”.   

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