Immigrati a Torino

Viaggio nella chinatown sul Po con il cortometraggio Mio fratello Yang dei fratelli De Serio
16 Novembre 2004
Immigrati a Torino

Buongiorno, Pechino: con queste parole – sottratte all’omonimo pamphlet sulla prostituzione di Pan Jianlin presentato nella sezione “Detours Cina” – il Torino Film Festival accoglie l’avanguardia cinematografica del colosso asiatico, sbarcato sulle rive del Po con la medesima discrezione e metodicità che contraddistingue le comunità cinesi in Italia. Una presenza rilevante – anche numericamente – che rischia tuttavia di fare sistema chiuso, riducendo al minimo i rapporti socio-culturali con il contesto di (in-)appartenenza: un mondo a parte che “motiva” la nascita di leggende metropolitane, quali il fatto che in Italia i cinesi non muoiano mai. “In parte è vero, legato a vicende di regolarizzazione illecita di clandestini, in parte è da intendersi nel quadro del culto dei morti cinese che predilige la morte in patria” dicono Gianluca e Massimiliano De Serio, gemelli-registi del corto Mio fratello Yang, che dimostrano subito di rifuggire le semplificazioni e i luoghi comuni. Qualità in primis cinematografiche: il cortometraggio – presentato in Concorso Spazio Italia – chiude una trilogia avviata con Il giorno del santo e proseguita con Maria Jesus (premiato a Torino 2003 e a Huesca 2004) sulla perdita identitaria nella società contemporanea. Una tendenza che riguarda preliminarmente gli immigrati, protagonisti di questa esplorazione docu-finzionale: il fratello Yang è quello toccato in sorte a Bing, una ragazza cinese che giunge nel capoluogo piemontese prendendo i documenti di una coetanea morta. Allargando le maglie della comunità cinese di Torino, i De Serio sono entrati in contatto con la realtà dell’immigrazione clandestina: viaggi interminabili nel sottotetto di un camion attraverso la Russia per arrivare in una città del nord Italia. Questa è anche la vera storia di Serena (Ye Zhi) che interpreta Bing con umanità straordinaria, portata sullo schermo da uno sguardo partecipe: sporcare la finzione con l’emergenza del reale è per i due registi un imperativo etico, da cui deriva uno stile piano e paratattico che lascia allo spettatore la punteggiatura (e l’empatia). Mio fratello Yang allora viene a marcare un sistema dinamico che nella filosofia orientale tende all’equilibrio per il costante assestamento di forze in opposizione (yin e yang): il principio recettivo di Bing/Yin diviene quindi delega spettatoriale per la ricomposizione di un universo di senso, quello dell’immigrazione cinese, “strappato” dai De Serio a un’ignoranza colpevole.

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