Il grido ThyssenKrupp

"Un Blues per cantare la schiavitù del lavoro", dice Monica Repetto. Che mette in Mostra la vita - e la rabbia - dell'operaio Carlo Marrapodi
4 Settembre 2008
Il grido ThyssenKrupp
ThyssenKrupp Blues

“80% rottame, 20% scotch di manutenzione, così, come si vede nel documentario, nella manifestazione del 10 giugno definivo la situazione della Thyssen”, dice Carlo Marrapodi, un operaio sopravvissuto. Quando nella notte tra il 5 e il 6 dicembre le fiamme travolgono i sette operai di turno, bruciandoli vivi, le riprese di ThyssenKrupp Blues di Monica Repetto e Pietro Balla erano iniziate da sette mesi, per un documentario sulla vita degli operai contemporanei.
E’ in questo modo che i due registi hanno incontrato il protagonista Carlo Marrapodi, che mai avrebbero immaginato da lì a poco dovesse subire la perdita dei colleghi: “Questo tragico avvenimento, cambiando la vita di Carlo per sempre, ha cambiato per sempre anche il nostro lavoro. Non so di che genere sia, è un percorso piuttosto che una docu-fiction, di certo un film così non vorremmo raccontarlo mai più”, dice la Repetto, che porta sugli Orizzonti del Lido la tragedia della Thyssen, Evento Speciale come pure La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti.
“Non abbiamo voluto fare interviste, un reportage o un documentario di inchiesta, ma raccontare una storia, trovando dei protagonisti – dice la Repetto – come per un film di finzione: ho trovato quattro operai, due al centro del doc. Operai sulla Fiat Mirafiori già passato su RaiTre, gli altri, tra cui Carlo, per il lungometraggio che avevamo in mente”. “Abbiamo scelto la Thyssen – prosegue la regista – perché come la Fiat era al centro di una profonda crisi, in una situazione conflittuale, ovvero in dismissione: come dice Carlo, le alternative erano la deportazione a Terni, il prepensionamento o il licenziamento”.
Già nel 2003 Balla e Repetto avevano realizzato un pilota, Factory, offrendolo invano all’attenzione delle tv: “Gli operai non fanno più tendenza, ci dicevano di ambientare la docu-fiction in palestra oppure in ospedale. Una cosa ridicola, se non si piangesse…”. A rincarare la dose, Carlo Marrapodi: “L’immaginario sugli operai oggi è fermo agli anni ’50: a me dicevano: “non sembri un operaio”, perché ho il piercing, vado al cinema, in piscina, ascolto musica e vedo mostre”.
“Carlo – aggiunge la Repetto – ha dato voce, anima, corpo e rabbia alla classe operaia: è la sua vita quella che inquadriamo, in modo fedele e rispettoso, come se fosse il protagonista di una fiction”. Una vita, quella di Carlo, che è cambiata drasticamente: “Ho lasciato la mia casetta di Torino, non volevo vivere con i 735 euro dell’elemosina di Stato. Sono tornato in Calabria dai miei genitori”.
In trattative con la Rai, un distributore italiano e due internazionali – americano e canadese -, ThyssenKrupp Blues dice la Repetto “ha questo titolo per indicare la schiavitù, la nostalgia e la mancanza del lavoro: musica, ma anche lutto, morte e depressione. Vuole essere un grido di riscatto”.

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