Il dEVERSIVO di Eleonora Danco

Scritto, diretto interpretato e pure illuminato, lo spettacolo deflagra ipocrisie, alimenta eversioni e spalanca verità. Al Teatro India fino al 10 novembre
7 Novembre 2019
Eventi, Personaggi
Il dEVERSIVO di Eleonora Danco

Se il nostro miglior cinema è finito quando i cineasti hanno smesso di prendere il tram, e di annusare l’aria che tira, c’è di che stare allegri: Eleonora Danco, cui si deve uno dei più folgoranti esordi degli Anni Dieci, N-Capace (2014), il tram (il 3) lo prende, eccome, e l’aria, benché mefitica, la annusa. Ancora oggi.

Ne dà contezza in dEVERSIVO, lo spettacolo in scena fino al 10 novembre al Teatro India di Roma, dove tra Piazza Navona e Tor Bella Monaca, Porta Maggiore e Campo de’ Fiori si aggira senza requie, anzi, per dirla meglio, senza tetto né legge.

Scritto, diretto interpretato e pure illuminato da lei stessa, lo spettacolo piglia da Rauschenberg, si frastaglia e frattaglia – una e trina, performer, scrittrice e regista – e trova i frattali della precarietà, artistica ed esistenziale, qui e ora.

Cappotto blu, pantaloni cargo e sneakers bianche, questo fantasma dissacra e canzona, facendo più di una vittima. La prima a cadere, Dio sempre sia lodato, è la correttezza politica: parlando, per dire, di indiani con i pantaloni esausti che sanno di piscio, Danco apre de facto all’antirazzismo, che è il precipitato dell’osservazione della realtà stessa. Siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo tutti le stesse falle, l’olezzo di mamma Roma tutto ammorba, isterizza, compromette.

Non c’è negazione né contenimento né edulcorazione dello stato dell’arte antropologico, sociale e politico, al contrario, contraddizioni e apparentamenti, similitudini e affiancamenti deflagrano tra panchina e binario, sogno e son desto.

L’indiano, quello del pantalone eterno, la rimprovera di non lavorare e camminare e basta, ed è un complimento: sono le suole, nel giornalismo come nel cinema e nell’arte tutta, la prova provata del mestiere, cui Danco sa abbinare l’estro errabondo, la curiosità ondivaga, l’icasticità errante.
Fotografa, ferma su palcoscenico immagini e immaginario, moccio, lezzo e paranoia, sintomo e sentore, vette e cadute: riuscirà a mettere in atto, questa trimurti sconclusionata ma dai molti inizi, anche solo un briciolo della sua potenz(i)a(lità)?

L’interrogativo vale lo spettacolo, anzi, è lo spettacolo, che ai tipini fini garantisce anche il friccico del Who’s Who? Per esempio, chi sarà quel produttore smargiasso che itera sine die il “che cazzo vuoi?” e ha un teatro con scale e tappeto rosso? Ecco, in Danco anche i diversivi sono eversivi.

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