Il corpo del Duce

"Mussolini conosceva l'efficacia di essere e di imporre un'immagine", dice Bellocchio su Vincere
19 Maggio 2009
Il corpo del Duce
Filippo Timi inVincere

Un dramma familiare nascosto tra le pieghe della Storia. Un melodramma intrecciato con una vicenda politica che scopre il potere pervasivo dell’immagine. In Vincere, il film di Marco Bellocchio interpretato da Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi, unico italiano in concorso a Cannes, l’indomabile Ida Dalser chiede, per sé e per il figlio, di non essere più il segreto innominabile di Benito Mussolini.

Che cosa ti ha affascinato di questa vicenda?
L’attrazione cinematografica per questa tragedia è nata leggendo dei libri e vedendo un documentario. Si trattava, a quel punto, di tradurla in un film. La vicenda ha le caratteristiche di un feuilleton, ci sono momenti da sceneggiata napoletana. La sfida di questa impresa è stata di assemblare, sia inventando sia utilizzando materiale documentario, una forma per raccontare la vicenda privatissima e abbastanza oscura di un giovane Mussolini e di una donna che si innamora di lui.
Malvestito, squattrinato, esaltato, diventerà direttore dell’Avanti, deciderà, poi, di rompere con i socialisti e da rivoluzionario passerà ad essere interventista, nazionalista, fascista. Ida lo seguirà, lo affiancherà e sosterrà le sue idee fino ad un certo punto. Convinta, per molti anni, che lui, in fondo, sia sempre innamorato di lei e che abbia soltanto cattivi consiglieri che la calunniano. Fino a quando la sua disperazione la renderà più intelligente, più saggia e si preoccuperà solo del figlio, ma avrà perduto anche la sua creatura. Questo arco temporale, questo sviluppo dei fatti porta ad una rappresentazione complessa, ma anche – spero – interessante.

Nel momento in cui Mussolini sparisce dalla vita di Ida Dalser, la protagonista potrà vederlo solo al cinema, attraverso i documentari e i cinegiornali. La prima domanda riguarda il lavoro sul repertorio. La seconda sull’uso dell’immagine come strumento di persuasione politica.
Comincio dalla seconda. Sono stato sollecitato dalla lettura di un libro di Luzzatto sul corpo del duce. Nel Novecento, Mussolini, in Italia capì questa trasformazione, che oggi è del tutto scontata, dell’efficacia di essere e di imporre un’immagine. E quindi di utilizzare i nascenti mezzi di comunicazione per esaltare quell’immagine. Mussolini non si è limitato a fare questo, ha anche proposto una figura/immagine di politico inedita, diversa da quelli del passato nell’abbigliamento e nel rapporto con le persone. Il repertorio è stato prezioso perché mi ha consentito di raccontare momenti storici grandiosi che meriterebbero cinquanta ore di cinema, ma dovevo trovare – e questo è un rischio – una chiave sintetica perché il film procede per grandi salti espandendosi su quasi trenta anni e strutturandosi in un triplo passaggio temporale. I cinegiornali, i documentari e le immagini dei film del passato sono una materia prima che abbiamo assemblato e in questa fase il lavoro del montaggio e della musica sono stati straordinariamente importanti.

L’ossessione d’amore della protagonista fa pensare ad un melodramma.
Un melodramma modernizzato continuamente osteggiato da elementi estranei al melodramma. Se ci pensiamo bene, il futurismo è l’antimelodramma. In Vincere l’amour fou di Ida è l’amore che si fissa su un uomo e per lui sacrifica la propria identità, il proprio patrimonio. Lui non è un mascalzone o un profittatore nella grande tradizione di certi sfruttatori dell’Ottocento. Lui ha un certo fine, lei gli serve per un passaggio della sua vita e poi basta. Lei insiste in modo grandioso e suicida. Da un certo momento in poi, quando Mussolini diventa primo ministro doveva essere frenata, contenuta.

Il film potrebbe essere visto, anche, come un altro viaggio intorno ad un’anima femminile.
Di Ida mi hanno sollecitato, lavorando con la fantasia e tenendo conto dei riscontri storici, il carattere ostinato, la sua determinazione. La sua patologia è nel non tener conto dei rapporti di forza. Capisce, però, che la sua vocazione allo scontro, la sua furia le consentono di non essere dimenticata.
È quello che è accaduto. E’ un’eroina e mi ricorda Antigone perché non arretra di un millimetro. Per tutta la vita ribadisce di essere stata abbandonata da Mussolini e di essere stata schiacciata dal regime. Mussolini pronuncia lo slogan “vincere” e cade nella polvere, Ida pur sconfitta sembra la vincitrice. Naturalmente, non voglio, con i miei film, fare una collezione cinematografica di ritratti femminili. Ida non somiglia alla Donatella Finocchiaro de Il regista di matrimoni o all’insegnante de L’ora di religione. Forse è simile, vagamente, alla Maya Sansa di Buongiorno, notte.

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