Il clochard Richard Gere

"Sulle strade di New York nessuno mi ha riconosciuto, troppo presi dai cellulari", dice l'attore. A Roma con Time Out of Mind
19 Ottobre 2014
Il clochard Richard Gere

Un Richard Gere inedito, invecchiato, solo e triste, in un esperimento cinematografico che va dritto al cuore e fa riflettere. E’ così che l’attore appare in Time Out of Mind, il film che ha presentato oggi in anteprima europea al Festival di Roma, e che stasera sarà in proiezione ufficiale in Sala Santa Cecilia. Nella pellicola, Gere interpreta George, un senzatetto che si ritrova solo a New York, senza un alloggio, una persona su cui contare e che tenta disperatamente di ricucire le fila del rapporto con la figlia andato in pezzi anni prima.  Diretto da Oren Moverman (Oltre le regole – The Messenger e Rampart), girato in appena 21 giorni e con un budget irrisorio, il film è stata un’esperienza molto forte per l’attore, che si è calato nei panni di un homeless per le vie di New York ed ha così avuto modo di verificare ‘sul campo’ le reazioni reali della gente. ‘All’inizio, abbiamo avuto dubbi che l’esperimento funzionasse -racconta Gere- perché il concetto era di sistemare le cineprese nascoste ad ogni lato della strada con me fuori a girare realmente per le vie di New York. Avevamo paura che la gente mi riconoscesse, non sapevamo come sarebbe andata’.  L’esperimento è stato davvero sorprendente. ‘In quelle strade c’era tutto il mio potenziale pubblico: ebbene, nessuno mi ha riconosciuto -rivela l’attore- a parte due neri che mi hanno salutato con un ‘Hi, Richard!’ ed hanno proseguito per la loro strada’. Questo ‘mi ha permesso di calarmi pienamente nella realtà degli ‘invisibili’ -racconta l’attore- e ho visto come la gente reagisce di fronte a loro. E’ terrorizzata da quello che rappresentano, il fallimento, la solitudine, e così li evitano persino da lontano. Camminano veloci e ‘incapsulati’ nelle loro cuffie, nei loro cellulari’.I senzatetto a New York sono attualmente circa 60mila, di cui 20mila bambini. ‘In questo film c’è un messaggio universale -dice Gere- che è quello che tutti abbiamo un forte desiderio di appartenere a qualcosa o a qualcuno, di trovare il nostro posto nel mondo, di avere il nostro gruppo di appartenenza e poterci riconoscere. E questo è un discorso che vale per tutti, e che ci unisce a queste persone’. Nella pellicola, ammette l’attore, ‘ci sono momenti in cui la questione dei senzatetto lascia lo spazio a questioni più importanti, come quella di chi siamo e a cosa apparteniamo’.  Ecco spiegata la scelta di non raccontare il passato di George, il perché si trovi in questa situazione di indigenza e di disperazione. ‘Non mi interessava spiegare allo spettatore la storia pregressa del personaggio, perché così sarebbe stato troppo facile capirlo e giustificarlo -spiega meglio il protagonista di Pretty WomanUfficiale e Gentiluomo– Invece se io guardo una persona sono perfettamente in grado di capire, anche da pochi elementi, chi sia e quale sia il suo passato. Il difficile è proprio essere lì in quel momento, attento, pronto e concentrato a vedere chi ho davanti’.  La scelta di un film ‘piccolo’, con una produzione ed un budget limitati, ‘credo che sia il futuro dei film ‘seri’ -afferma l’attore-oggi le sceneggiature migliori che vediamo sono quelle dei film indipendenti’. Anche se neanche a Richard Gere mancano le difficoltà quando si tratta di reperire i finanziamenti necessari. ‘Oggi, se si vuole raccontare una storia, quando si crea un progetto -affonda l’attore- va fatto senza che si capisca che si tratta di un dramma. Devi dire che è un thriller, una commedia sentimentale, perché se no non ti finanzia nessuno’. 

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