Il cinema che verrà

Come racconteremo per immagini la tragedia dei nostri giorni: sul nuovo numero della Rivista del Cinematografo, la parola ai narratori, registi e sceneggiatori
Il cinema che verrà
Il regista Marco Bellocchio

“La pandemia è una saga, una vicenda, che meriterebbe un racconto di grande complessità. Io adesso mi sto occupando di alcuni progetti, in particolare di Esterno notte sul caso Moro, in cui il Coronavirus è assente. Però questo dramma, per alcuni una tragedia, mi ha fatto pensare non a caso a I promessi sposi di Alessandro Manzoni. E di sicuro non sono l’unico. Lo sto rileggendo, riscoprendone l’originalità. Non è solo la parte della peste, che occupa oltre cento pagine, ma è la sua interezza a riguardarci oggi. Se fossi giovane, potrei mettere in cantiere, da non credente, una serie su I promessi sposi“.

A parlare è Marco Bellocchio, uno dei protagonisti di “Il cinema che verrà”, l’ampio servizio del nuovo numero della Rivista del Cinematografo dedicato alle “storie di domani”, dopo l’emergenza Covid-19.

In una fase in cui le sale sono chiuse e i film slittano, cambiano i rapporti tra individui e la quotidianità è sempre più conflittuale, registi e sceneggiatori s’interrogano su quello che accadrà. Siamo davanti al nostro ultimo spettacolo? O il cinema ripartirà?

“Il cinema che verrà”, a cura di Gian Luca Pisacane, raccoglie pareri, testimonianze malinconiche di un presente drammatico, prospettive di nuovi immaginari, aspettando il lieto fine o un mutamento radicale.

“È molto delicato questo passaggio e lo sto vivendo con disagio, anche se mi adeguo alle regole”, rivela l’attrice, regista e drammaturga Eleonora Danco (N-capace). “Penso ai bambini, che hanno bisogno di correre, saltare. Penso a chi ha perso il lavoro”.

Alice Rohwracher (Le meraviglie, Lazzaro felice) coltiva la speranza che “se e quando si tornerà ad abbracciarsi, si tornerà con più gioia al cinema, perché ci saremo resi conto di quanto può essere triste vedere i film nella solitudine della propria casa”.

A Nicola Guaglianone, sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot, “piacerebbe raccontare l’isolamento, però in un altro contesto. Gli instant movie invecchiano velocemente. Magari farò sperimentare ai miei personaggi l’impossibilità di muoversi”.

Scettico sugli instant movie anche Francesco Patierno (Pater familias, Napoli ’44). “Sto lavorando a una messa in scena di La peste a Napoli. L’opera di Camus mi ha spinto ad accettare. Ha una visione ampia, autorevole, vicina a noi, si eleva dal presente per aiutarci a comprendere”.

In questo periodo, Gianni Amelio (a gennaio in sala con Hammamet) è rimasto colpito da un’immagine in particolare: “Le vie di una città di notte percorse da una lunga fila di camion militari. Sono tutti coperti, per nascondere ciò che trasportano. Non sono fucili, non sono merci, sono persone, esseri senza vita che vengono spostati lontano per la cremazione”. Un’immagine evocativa: “Forse qualcuno di noi ha pensato a un film di un’altra epoca, a un’inquadratura di Rossellini nel secondo dopoguerra”.

Gianni Amelio – Foto Karen Di Paola

Daniele Vicari (Diaz, Sole cuore amore) è più preoccupato per i contraccolpi dell’emergenza sanitaria: “È una situazione esplosiva, che può veder nascere una rabbia sociale incontrollabile. E a quel punto che cosa faremo, diremo a quelle persone di leggere un bel libro?”.

Infine, la saggezza di Pupi Avati: “Il nostro settore è destinato a pagare un prezzo elevatissimo. Abbiamo dovuto confrontarci con la nostra vulnerabilità, con i nostri limiti. Ma questo intervallo ha anche degli aspetti sacrali. Questo spazio ci è stato dato forse per fare i conti con noi stessi. Dobbiamo approfittarne per migliorarci”.

 

È possibile acquistare il numero della Rivista del Cinematografo cliccando qui o contattando l’ufficio abbonamenti all’indirizzo abbonamenti@entespettacolo.org

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