Il cinema al tempo del contagio

L'evoluzione del concetto di virus sullo schermo. Da Murnau a Don Siegel, per arrivare all'apocalisse dei non morti e ai social network moderni. Consigli e revisioni per restare a casa
9 Marzo 2020
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Il cinema al tempo del contagio

Forse bisognerebbe partire da Thomas Mann e dal colera in La morte a Venezia o forse dalla più inflazionata peste in I promessi sposi. Epidemie, legami in crisi, su carta e poi sullo schermo. Già nel 1922, in un grande classico, Murnau ci raccontava di una nave piena di un carico oscuro. L’equipaggio massacrato, un male incontrastabile che si avvicinava alla terraferma. Era il tempo di Nosferatu il vampiro, e la metafora era già quella del contagio. La finzione serviva a esorcizzare le paure, a farci immergere nell’incubo a distanza di sicurezza. Con una minaccia in arrivo da lontano, che mai lo spettatore poteva immaginare diventasse verità.

Virus è sinonimo d’invasione. Particelle esterne che s’ infiltrano nel nostro corpo, che chiamano alle armi il sistema immunitario e le cure conosciute e sconosciute. E allora come potremmo catalogare capolavori come Invasione degli ultracorpi? L’alieno si può definire “virus”? Forse. Don Siegel partiva da un medico, da parassiti invisibili che attaccavano nel sonno, fino a mutare la personalità degli ignari ospiti.

 

Nel 1956 il “pericolo” era più ideologico: anticomunismo, maccartismo. Si faceva riferimento a una progressiva disumanizzazione del singolo. E nel finale ancora il dottore sottolineava: “You’re next” (siete i prossimi), che poi nella versione italiana è stato tradotto con: “State attenti, non ci sarà più scampo”. Sembra quasi di leggere i titoli dei quotidiani usciti negli ultimi giorni.

Il “mostro” può quindi venire dallo spazio profondo, dagli animali, dall’ambiente. Lo sa bene il cast stellare di Virus letale (da Dustin Hoffman a Donald Sutherland), alle prese con qualcosa di molto più potente dell’ebola. Ci ammonisce Steven Soderbergh con Contagion, una delle ricostruzioni più veritiere che si siano mai viste nelle sale in materia di pandemia e affini. Gli interessi economici al primo posto, poi i sentimenti. In un universo dove la parola “virale” ha assunto altri significati. Elliott Gould urla: “I blog non sono pagine scritte, sono graffiti con la punteggiatura”.

 

Il focus si sposta, siamo distanti dalla fine dell’umanità o da un’apocalisse zombi che può spaziare da La città verrà distrutta all’alba a 28 giorni dopo. “Virale” ha una denotazione positiva. Un video che raggiunge migliaia di visualizzazioni, che può attraversare ogni barriera, che riceve like in ogni parte del globo. Anche The Social Network si rivolge al suo pubblico attraverso una terminologia quasi “ospedaliera”: il social è il futuro e la malattia allo stesso tempo. Il virus è quello che attacca i nostri computer, che ha fatto nascere serie come Mr. Robot.

Però il cinema non si limita a porre il problema, ci fornisce anche delle risposte. Possiamo salvarci, non siamo condannati. Ma serve una disciplina ferrea. Ce lo insegnano Will Smith in Io sono leggenda, Viggo Mortensen in The Road, per citarne solo alcuni. Rispettare le regole, in questi giorni difficili, è l’unica soluzione. Restare nei nostri appartamenti può permetterci di riscoprire, studiare, per una volta ribaltare le prospettive. E ragionare meglio su quello che Gunnar Björnstrand diceva a Gunnar Olsson in Il settimo sigillo: “Sai, secondo me, questa Crociata l’ha inventata uno che poi se n’è rimasto pacifico a casa”.

 

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