Ieri, oggi, Leopardi

Chi era Il giovane favoloso? Un ribelle che "scelse di non indossare la maschera, ma di rompere la gabbia", dice Mario Martone
1 Settembre 2014
Ieri, oggi, Leopardi

Leopardi, chi era davvero costui? Il giovane favoloso, come da titolo del nuovo film di Mario Martone, in Concorso alla 71. Mostra di Venezia. Dal 16 ottobre nelle nostre sale con 01 Distribution, prodotto da Palomar e Rai Cinema, è interpretato da Elio Germano, che cresce nella casa-biblioteca-prigione di Recanati, tra il padre Monaldo amorevole ma soffocante (Massimo Popolizio), una madre anaffettiva, fratello Carlo e sorella Paolina che sono complici (Edoardo Natoli e Isabella Ragonese). A 24 anni riesce finalmente a lasciare la cittadina, e portare la sua ribellione genuina prima a Firenze, dove convive con l’amico napoletano Antonio Ranieri (Michele Riondino) e sperimenta una cocente delusione d’amore per Fanny (Anna Mouglalis), e poi a Napoli, tra la vitalità plebea e il Vesuvio. “Ho portato a  teatro le Operette morali, con inaspettato successo: non ho potuto resistere alla sfida del film, la cui drammaturgia deriva dalle poesie, le lettere, lo Zibaldone leopardiano”, dice Martone, sottolineando come “il pensiero di Leopardi si alza mentre il corpo si rattrappisce: centrale è il rapporto tra corpo e scrittura, una temperatura non solo intellettuale, ma umana”. E aggiunge: “Senza Elio non ci sarebbe stato il film”, per poi volgere lo sguardo verso la ribellione del poeta di Recanati: “Da subito sente le gabbie che ognuno di noi sperimenta nella propria vita: famiglia, scuola, lavoro, società, cultura e politica. Di solito si viene a patti con ipocrisia, ma Leopardi scelse di non indossare la maschera, di pagare il prezzo della rottura della gabbia e vivere. Il suo rapporto con l’infelicità apre al senso della vita, e per vedere questo film non c’è bisogno di conoscere i suoi versi né la storia”.
“Un grande regalo”, dice Germano: “Ho passato 3-4 mesi a studiarlo, ma avrei potuto farlo per 3-4 anni: Leopardi insegna a vivere in un mondo di cose che non sono cose, sentimenti e illusioni. Non mette la maschera, e ci fa innamorare con al sua inadeguatezza”. Leopardi vive nella casa-biblioteca di Recanati, “una prigione borgesiana con i libri verticali, i mattoni orizzontali”, poi 10 anni dopo è a Firenze, dove “sperimenta la libertà ma anche altre ombre”, e infine Napoli, dove “trova una famiglia opposta a quella di Recanati: c’è qualcosa di fatale nella sua vita”: Martone ripercorre gli snodi de Il giovane favoloso e conclude: “Oggi mi sento di aver fatto solo film leopardiani, a partire da Morte di un matematico napoletano”. Giacomo è “un autore così vicino a noi”, e il film lo segue con “un’unica libertà filologica:  l’incontro con un femminiello, un ermafrodita”: “Rispetto ai tanti misteri della sua vita, compreso il rapporto omosessuale o meno con Ranieri, abbiamo deciso di rimanere sulla soglia, senza varcarli. E lo stesso vale per la diatriba se fosse o meno libero, filosofo o no: non c’erano gabbie che potessero trattenerlo, nella scrittura come nella vita”.
Ma come l’ha interpretato Elio Germano? “Ho costruito il mio immaginario, e poi ho capito di dover andare a violentarlo per dargli una forma: dicevano come fosse un personaggio perfino disgustoso a vedersi, ma appena parlava era ipnotico, fascinoso. La sua glacialità era un modo per resistere al fuoco dentro, ogni cosa in lui era il suo contrario: del resto, più alto il sacrificio, più grande la soddisfazione”. Viceversa, Martone torna sul rapporto tar Leopardi e Pasolini: “Mi è molto chiara la differenza, ma la posizione di Leopardi rispetto alla società culturale del suo tempo è analoga a quella di Pier Paolo: “tollerato”, diceva di sé Pasolini, perché non apparteneva a nessun coro, non era allineato, come Giacomo. Leopardi era sfalsato rispetto al suo tempo, e sappiamo noi quanto le sorti magnifiche e progressive avrebbero portato macerie ideologiche”.

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