I cult di Veltroni, l’intervista a Floris e Banfi

"Per il cinema di genere", dice il regista di C'è Tempo, "due testimoni d'eccezione"
I cult di Veltroni, l’intervista a Floris e Banfi
Walter Veltroni e Giovanni Floris (foto di Luigi Angelucci)

Due appuntamenti per Fuori Cinema, la rubrica guidata da Walter Veltroni a Pesaro Film Festival, in veste inedita di intervistatore e con due ospiti d’eccezione. Giovedì 20 giugno è stato il turno di Giovanni Floris, per una volta sulla sedia dell’invitato.

“Spiego perché Ho pensato a Giovanni Floris” esordisce Veltroni. “Io e lui siamo accomunati da una passione smodata per la commedia all’italiana” e aggiunge “Anche per i cinepanettoni. Di alcuni, sappiamo le battute a memoria”.

“Il primo ricordo legato al cinema” ricorda Floris, “è Il sorpasso di Dini Risi. È quello che mi ha segnato di più, insieme a La Grande Guerra. I due film preferiti di mio padre”.

Un connubio perfetto tra comico e tragico, nota a quel punto l’intervistatore ex Sindaco di Roma. Sono classici fondati sulle proprie, storiche battute. Ma perché le battute sono l’elemento base di tale grammatica?

“Sono una scorciatoia,” replica Floris “servono a far capire immediatamente qualcosa, che forse sappiamo già, ma che in questo modo afferriamo prima”. Stratagemma che, persino nelle proprie trasmissioni Rai e LA7, il giornalista televisivo ha imparato a sfruttare, per comunicare e far comunicare.

veltroni

Walter Veltroni e Lino Banfi

Seconda sera, secondo intervistato di livello, stavolta anche praticante di cinema, oltre che fervente appassionato. Venerdì 21 giugno è la serata di Lino Banfi, colosso della commedia in cinema e TV, che ha mosso i primi passi verso il grande schermo dalla comicità d’avanspettacolo.

“In realtà” confessa Banfi, “prima di quello i miei genitori mi avevano messo in convento. Nelle recite del seminario, facevo Giuda, San Pietro… ma qualunque ruolo coprissi, la gente rideva. Ne soffrivo,, finché il Vescovo non mi disse che la mia missione non era di diventare prete, ma di far ridere la gente.”

“Su Lino Banfi” commenta Veltroni, “si vede il segno della fatica, dell’esperienza, della passione”, tutti elementi concentrati in una sola figura, icona del genere comico. A proposito di icone, “è vero che Totò ha coniato il tuo nome d’arte?”

“Non proprio. Mi disse di cambiare il mio primo alias, che era Lino Zaga. Il mio nome di battesimo è Pasquale Zagaria, e il principe Totò mi disse che mentre il diminutivo del nome porta fortuna, quello del cognome porta sfortuna. Così lo cambiai, scegliendo Banfi puramente a caso!”

A quel punto, Veltroni domanda: “C’è qualche regista di genere con cui rimpiangi di non aver lavorato?”

“Beh, ricordo sempre con pentimento di non aver partecipato a Regalo di Natale, di Pupi Avati!” risponde l’altro, peraltro con Avati presente, in attesa della proiezione per Cinema In Piazza proprio del film del 1986. “Ho tentennato, tergiversato, e lui giustamente ha chiamato Abatantuomo al posto mio. Quella volta ho mancato una grande occasione, è come aver perso un Frecciarossa!”.

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