Hellboy da KO

Un meccanismo ad orologeria per sbancare il box office Usa: il "diabolico" Guillermo Del Toro conferma talento e personalità
14 Luglio 2008
Hellboy da KO
Hellboy - The Golden Army

Il labirinto del fauno è stato per Del Toro il giro di boa, la consacrazione ufficiale, l’inizio di un percorso se si vuole ancora più tortuoso: da allora, vietato sbagliare. Ad attenderlo al varco, la critica che gli ha concesso legittimazione autoriale, e una fetta di pubblico fidelizzata negli anni. Del Toro è riuscito a non deludere entrambi. Hellboy – The Golden Army non è solo migliore del precedente (Hellboy), ma conferma la maturazione e la personalità raggiunta dal regista messicano.Il demone “umanizzato” Anung Un Rama, meglio noto come “Hellboy”, stavolta deve difendere la terra dalla minaccia di distruzione globale portata dal principe Nuada e i suoi seguaci, una stirpe di creature mitiche che vuole annientare gli inetti esseri umani risvegliando la golden army, un’armata invincibile di militi d’oro. Tolto l’impiccio di dover spiegare situazioni e caratteri già introdotti nel precedente episodio, il cineasta di Guadalajara s’immerge liberamente nel fumetto di Mike Mignola (confermata la partecipazione del disegnatore alla sceneggiatura), stravolgendone la visionarietà underground in funzione del proprio universo fiabesco e dei propri modelli pittorici. Sotto questo aspetto The Golden Army si potrebbe intendere più come il seguito ideale de Il labirinto del fauno che del primo Hellboy. La tessitura narrativa del film è subordinata quasi sempre alla sua resa espressiva, con forti dominanti cromatiche e figure simboliche che rimandano ai mostri di Redon, Goya e Schwabe. Mostri che però non terrorizzano. I confini tra i due mondi, l’umano e il “non”, si assottigliano, si confondono, addirittura svaniscono. Tra la specie umana e quella dei Nuada, dei Troll, delle fate e dei vermi (questi una costante nel cinema del regista messicano), si situano Red, Abe, Liz e la new entry Johann Kraus (un ectoplasma gassoso dotato di grandi capacità psichiche), in una sorta di terra di mezzo che deve valutare di volta in volta da che parte stare, perché gli umani non sono poi tanto umani e gli “immondi” ci ricordano solo da dove veniamo e cosa abbiamo distrutto per meritare la loro vendetta (si veda a questo proposito l’episodio “ecologista” del fagiolino che si tramuta in gigante verde). La nostalgia (un mondo che è saltato, un amore irrealizzato, un padre che ci manca) è la forte componente emotiva del film, sottolineata anche dalle canzoni (da “Can’t Smile Without You” di Barry Manilow a “Beautiful Freak” degli Eels) e da alcune scelte di regia (come il frame-stop di chiusura che rimanda agli anni ’70). Del Toro, bravo a tenere sotto controllo i pruriti estetici, non dimentica di dover intrattenere lo spettatore, regalandogli un congegno ad orologeria (nel finale esplicitato pure icasticamente) dove l’action, l’ironia, la commozione e la tenerezza si susseguono di continuo e in maniera puntuale. Perfetti tutti gli interpreti e straordinario come al solito il lavoro alla fotografia di Guillermo Navarro e quello allo score di Danny Elfman. Sarà inevitabile, e a questo punto ben accetto, un terzo episodio.

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