Godard 90

Domani, 3 dicembre, compie gli anni l'ultimo grande della Nouvelle Vague. Da Fino all'ultimo respiro a Le livre d'image, regista capace di influenzare la cultura visiva della seconda metà del Novecento
2 Dicembre 2020
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Godard 90
Jean-Luc Godard - Webphoto

La pedagogia dialettica di Godard: leggi l’analisi di Flavio Vergerio dal numero 1-2 del 1977 della Rivista del Cinematografo

 

(Cinematografo.it/Adnkronos) – Compie 90 anni domani Jean-Luc Godard, uno dei più grandi esponenti della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni cinquanta, di cui è stato fondatore con François Truffaut, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer, che ha dato di fatto le basi a tutte le correnti successive nel mondo del cinema.

Il regista francese, nato a Parigi il 3 dicembre 1930, è diventato punto di riferimento per i giovani cineasti degli anni Sessanta ed ha rappresentato un segno di demarcazione nel cinema del Novecento, influenzando tutta la cultura visiva della seconda metà del secolo scorso.

Grazie all’originalità, all’intensità e alla ricerca che hanno contraddistinto le sue opere, è stato capace di rinnovarsi costantemente di pari passo con l’evoluzioni della società e delle tecnologie audiovisive ma è sempre restato nel contempo fedele a un linguaggio e a un’idea di cinema forti e senza compromessi. Vincitore di innumerovoli premi, tra cui: due Orsi d’Argento del festival di Berlino (nel 1960 per Fino all’ultimo respiro e nel 1961 per La donna è donna), un Orso d’Oro (nel 1965 per Agente Lemmy Caution: missione Alphaville), due Leoni d’Argento a Venezia (nel 1962 per Questa è la mia vita e nel 1967 per La cinese) e due Leoni d’Oro (nel 1982 quello alla carriera e l’anno successivo quello per il film Prénom Carmen), due premi a Cannes (il Premio della giuria per Adieu au langage – Addio al linguaggio nel 2014 e la Palma d’oro speciale per Le livre d’image nel 2018), nonché il Premio Oscar alla Carriera nel 2011.

Nato in una famiglia dell’alta borghesia, dopo un’adolescenza tra l’agiato e il ribelle e studi abbastanza irregolari, Godard si avvicinò al cinema alla fine degli anni Quaranta da spettatore appassionato e frequentatore di cineteca e cineclub, insieme a quel gruppo di amici che diventeranno con lui i fondatori della Nouvelle Vague, da Truffaut a Rohmer. Con loro nel 1950 partecipò alla fondazione de La gazette du cinéma e dall’anno dopo iniziò a collaborare con i “Cahiers du cinéma”, proponendovi scritti critici e appassionati, che sostenevano le ragioni estetiche e morali del cinema e la valorizzazione del cinema d’autore.

Nello stesso periodo iniziò i suoi esperiemnti dietro la macchina da presa, dove dirigeva spesso giovani amici o aspiranti attori (Tous les garçons s’appellent Patrick, 1957; Charlotte et son Jules, 1958). Ma il suo primo lungometraggio À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) del 1969, dove proponeva il ritratto insieme cinico e romantico di un giovane delinquente, con un o stile completamente nuovo, suscitò discussioni e grande attenzione e gli aprì la strada alla prosecuzione della sua carriera da regista ad un ritmo di due film l’anno e la partecipazione a molti film collettivi. Il suo marchio di fabbrica divenne la rapidità e le sceneggiature appena abbozzate che lasciavano ampio spazio all’improvvisazione sul set.

Fino all’ultimo respiro

Nel 1960 prende il via il cosiddetto primo periodo godardiano, contraddistinto da una vena creativa alquanto prolifica, che si traduce in ben ventidue film. Non manca lo spazio per i contenuti erotici, specialmente in opere come Due o tre cose che so di lei, Il bandito delle ore undici e Agente Lemmy Caution, missione Alphaville.

L’attività dietro la cinepresa di Godard si fa influenzare anche dalle teorie marxiste, definitivamente sposate intorno alla metà degli anni Sessanta: e così il grande schermo prende le sembianze del luogo ideale in cui criticare con severità i costumi della civiltà dei consumi, caratterizzata da rapporti umani mercificati; l’immagine, viceversa, diventa lo strumento naturale per promuovere un’ideologia, come accade in Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica e in La cinese.

Nel 1969 Godard, dopo aver tentato la strada del cinema totalmente rivoluzionario con La gaia scienza, fonda il Gruppo Dziga Vertov insieme con altri colleghi, rigettando il ruolo di autore e dando vita a un cinema collettivo, così da bandire qualsiasi tipo di ideologia gerarchica. Questo viene normalmente indicato come il secondo periodo del cinema di Godard. In Lotte in Italia, ideologia e rappresentazione si intrecciano nel racconto di una giovane borghese che, pur non staccandosi dall’ideologia della società cui appartiene, fa parte di un gruppo extraparlamentare. Nel filone del suo cinema politico non si può non citare la collaborazione con Gian Maria Volontè in Vent d’est.

L’incontro con Jean-Luc Godard a firma di Ruggero Marino sul numero di giugno 1971 della Rivista del Cinematografo

 

L’attività di Jean-Luc Godard si rivela frenetica, ma subisce una brusca battuta d’arresto a causa di un incidente stradale, che lo tiene bloccato per diversi mesi in ospedale, e delle prime divergenze nel gruppo, determinate dalla consapevolezza che il periodo eversivo si sta esaurendo. Dopo essersi negato ai mezzi di comunicazione per molti mesi, il regista transalpino dà vita a Crepa padrone, tutto va bene, un’indagine realizzata con la collaborazione di Jean-Pierre Gorin a proposito della situazione degli intellettuali del dopo Sessantotto. La fine del movimento, infatti, coincide per Godard con un periodo di pausa e di ritiro dalla vita pubblica. A Grenoble sperimenta, nei laboratori di Sonimage, tecniche cinematografiche innovative e a basso costo, come i video-registratori e i super8, che contraddistingueranno i suoi lavori di lì in avanti.

Nouvelle Vague. Forme, motivi, questioni (a cura di Luca Venzi) – Edizioni FEdS (collana Frames)

Quello che viene identificato come terzo periodo di Godard prende il via nel 1975, e si caratterizza per una sperimentazione intensa e concreta, in cui le immagini sono utilizzate per criticare – paradossalmente – le immagini. Anche i temi affrontati nei film cambiano: per esempio, in Si salvi chi può (la vita) si nota una particolare attenzione alla famiglia, mentre una nuova concezione dell’immagine si palesa in Passion, dove sequenze staccate dalla trama vengono inserite e valorizzate solo per il puro gusto della bellezza.

Nel 1983 Godard vince il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia con Prenom Carmen: un’opera piena di brani musicali, citazioni, giochi di parole, inquadrature avulse dalla trama e paesaggi naturali (per esempio il Lago Lemano) che evidenziano come il testo sia solo un elemento non indispensabile in un film. Le sperimentazioni di Godard si fanno sempre più intense: nel 1990, per esempio, in Nouvelle Vague scrive una sceneggiatura intera utilizzando semplicemente citazioni e frasi altrui, senza scrivere nulla di proprio pugno: una novità che viene poi ripetuta tre anni più tardi in Helas pur moi. In Allemagne 90 neuf zero (1992), invece, il cineasta, basandosi su Germania anno zero di Roberto Rossellini, gioca con il tedesco e il francese, citando a sua volta Fino all’ultimo respiro, in cui aveva usato il francese e l’inglese.

 

Una riflessione sulla storia che si trova anche nel successiva Les enfants jouent à la Russie (1993), bizzarri viaggi mentali e romanzeschi nelle grandi culture tedesca e russa e nel loro immaginario cinematografico, mentre For ever Mozart (1996) ha sullo sfondo la guerra in Bosnia e riprende due motivi che hanno accompagnato più o meno esplicitamente tutta la produzione più recente dell’autore, quello delle difficoltà di un regista nel realizzare un film e quello del ruolo dell’artista nella società. Analisi che anima anche la sua ‘storia del cinema’ in video che è contemporaneamente una storia individuale e una riflessione sul 20° secolo che nel cinema si è rispecchiato, composta attraverso assemblaggi e citazioni visive e sonore, racconti e provocazioni, nostalgie e dichiarazioni d’amore: Le Histoire(s) du cinéma (1988-1998).

Godard è rimasto molto attivo anche nell’ultimo decennio: nel 2010 ha realizzato Film socialisme (2010) ed ha disertato il festival di Cannes dove era attesa per la decima volta e dove è tornato nel 2014 con Adieu au langage – Addio al linguaggio, incentrato su una coppia in crisi e sul loro cane.

Del 2018 è infine il suo film più recente, Le livre d’image, che in linea con il resto dell’opera tardiva di Godard, è composto da una serie di film, dipinti e brani musicali legati insieme alla narrazione e ad ulteriori filmati originali di Godard e Anne-Marie Miéville. Simile alla sua precedente serie Histoire(s) du cinéma, il film esamina la storia del Cinema e la sua incapacità di riconoscere le atrocità del 20° e 21° secolo (in particolare l’Olocausto e il conflitto israelo-palestinese), le responsabilità del regista e i progressi nel discorso politico con l’introduzione di fotocamere digitali e Smartphone.

Le opere di Godard sono state fonte di ispirazione per molti registi americani della New Hollywood e anche più recenti, come Quentin Tarantino, il quale ha chiamato la sua casa di produzione A Band Apart (riprendendo il titolo del film di Godard Bande à part).

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