Gere va Come un uragano

Lo charmant in grigio da venerdì al cinema ritrovando Diane Lane e il suo genere prediletto: il melò
17 Dicembre 2008
Gere va Come un uragano

La più classica delle locande sul mare, i gabbiani, il tramonto e due cuori in inverno. Situazione ideale per il più travolgente degli amori. Eppure, sei anni dopo Unfaithful, Richard Gere non ha trovato niente di meglio da fare che tormentare ancora la povera Diane Lane. A partire da venerdì, quando nelle sale (distribuito dalla Warner) arriverà Come un uragano – adattamento del romanzo di Nicholas Sparks – che potrebbe addirittura essere il seguito ideale del precedente: un uomo e una donna che ne hanno passate di tutti i colori si ritrovano insieme nonostante le tempeste familiari e metereologiche in corso. Lui è il tipico personaggio alla Gere: misterioso, malinconico, impagabilmente tenero. Credibile laddove chiunque sarebbe stato risibile. Naturalezza di lungo corso, accarezzata da quando l’attore ha conosciuto il Dalai Lama e il sapore dolce di una Pretty Woman. Se il primo lo ha illuminato sulla complessità dell’esistenza umana, la love story con la Roberts – che di recente ha escluso un sequel perché a suo dire “troppo vecchia” – ha contribuito alla definitiva trasfigurazione, trasformandolo nell’icona che conosciamo: uno splendido quarantenne dall’eleganza sofisticata, il fascino brizzolato e il bello sguardo. Restituendogli le simpatie del pubblico dopo il flop di Cotton Club e la pessima figura in King David, Pretty Woman ha rivelato alla star l’orizzonte nel quale avrebbe mantenuto il suo mito, scongiurando l’inevitabile declino di colui che solo negli anni ’80 aveva raggiungo la notorietà come sex symbol animalesco (American Gigolo) e fragile (Ufficiale e gentiluomo). La metamorfosi gli consegna una nuova maschera, lui capisce e si adegua, accettando il compromesso tra la più alta delle aspirazioni (la pace interiore) e la più modesta delle ambizioni (una carriera tranquilla). Sapeva del resto di non essere un grande interprete. Neppure quando giovanissimo aveva lavorato con registi come Malick, Coppola e Lumet. Nei film migliori è stato anzi più modello che attore, fisicità allo stato puro, quel mix di “tenebroso fascino alla Valentino, ombrosa vulnerabilità alla James Dean e carica sessuale alla Marilyn”. La “svolta” ha placato turbolenze private e ansie pubbliche. L’attore che odiava i giornalisti (famosa l’intervista in cui si calò i pantaloni di fronte a una reporter che faceva indiscrezioni riguardo ai suoi gusti sessuali) si fa trovare ora disponibile e cordiale, il tomber des femmes ha lasciato il posto allo charmant maturo, e l’inquieto giovanotto della middle class ha barattato il culto di Marlon Brando per il cinema mainstream e le commedie romantiche. Dalla sua, un alto indice di gradimento e una barca di soldi: non è da escludere che abbia usato l’industria come questa aveva fatto con lui in precedenza. Che importa? Il punto è che in quello che fa Gere è perfetto e il pubblico lo adora. Superfluo cercare di più. Valga per lui quello che Sean Connery ha detto una volta di se stesso: “Non sarò un buon attore, ma qualsiasi altra cosa avessi fatto, sarei stato peggio”.

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