G8 di Genova: The Summit riapre il caso

Nelle sale dal 21 febbraio, un documentario italiano getta nuova luce sui tre giorni della vergogna. Gli autori: “Lontani ancora dalla verità giudiziaria”
14 Febbraio 2013
G8 di Genova: The Summit riapre il caso
The Summit

“Il G8 è stato un evento mondiale: abbiamo cercato di restituire una dimensione universale a quello che era accaduto”. Vogliono offrire una nuova prospettiva Franco Fracassi e Massimo Lauria con The Summit, documentario sui “tre giorni di vergogna”, come recita il sottotitolo, di Genova 2001. Secondo loro, infatti, “al vertice è stato messo un punto e si è girato pagina. La crisi dei paesi occidentali che è in atto ora è frutto di decisioni prese lì”. Realizzato con il sostegno della Film Commission Liguria, distribuito da Minerva Pictures e da Cineama, esce un anno dopo essere stato presentato a Berlino e al BIF&ST di Bari, il 21 febbraio. “Ma – precisa Riccardo Noury, Direttore dell’Ufficio Comunicazione di Amnesty Intenational Italia – non si deve etichettare come un altro film sul G8, che dà un’idea di stanchezza per un argomento di cui bisogna parlare perché siamo ancora lontani dalla verità sul piano sul piano giudiziario”.
The Summit allarga l’obiettivo a 360 gradi raccontando i precedenti, la manifestazione di Napoli di marzo, dando voce ai manifestanti, ai giornalisti, alle istituzioni, intervistando parlamentari, rappresentanti dei sindacati di polizia, il Generale dell’esercito italiano Fabio Mini, Vincenzo Canterini, ex comandante VII nucleo squadra mobile, che descrivono il coordinamento dell’intelligence internazionale, e ripercorre la storia del movimento dei Black Bloc. Tra le testimonianze quella di Claudio Giardullo, ex segretario generale del sindacato di polizia della Silp/Cgil che dice: “Nel film c’è una documentazione video rigorosa che dà conto del modello militare di ordine pubblico inefficace impiegato non a scopo preventivo, ma repressivo, per dare un segnale emblematico e politico”.
Alla conferenza stampa, in diretta streaming sul web, c’era che Giuliano Giuliani, papà di Carlo, che da 12 anni cerca giustizia. Il caso del figlio è stato archiviato, Mario Placanica, il carabiniere che sparò, è stato assolto per legittima difesa. “Questo documentario sulla vicenda di Carlo offre molti elementi per valutare come sono andate le cose. Alcuni problemi rispetto a come sono organizzati gli apparati dello Stato sono grossi, anche un questa campagna elettorale non se ne parla. Come si dovrebbe parlare della proposta del codice identificativo sui caschi e della legge sulla tortura”. Giuliani sa tutti i nomi degli agenti coinvolti, li ha seguiti negli anni per scoprire da dove venivano e dove sono finiti: “I gruppi di comando di piazza Alimonda sono un’elite dei carabinieri del reparto Tuscania, gente delle cosiddette Missioni di Pace, che subito dopo è stata promossa. E questo dovrebbe far pensare. Mortola, capo della Digos, promosso questore viene mandato a Torino da dove mena i No Tav della Val Susa. De Gennaro, capo della polizia a Genova, nel maggio del 2007 era indagato ed è diventato capo del gabinetto del Viminale. Ora è sottosegretario alla presidenza del consiglio con il controllo dei servizi segreti”.
Seduto accanto a lui, sprofondato nella poltrona, un uomo pelle e ossa con una chioma grigia, l’inglese Marc Covel, all’epoca del “massacro messicano” un giornalista di Indymedia. Vittima dei manganelli e degli anfibi impazziti dei poliziotti sul marciapiede fuori dalla scuola Diaz legge i nomi dei suoi aggressori uno per uno. Il suo caso è stato archiviato una settimana fa. “Ho saputo del progetto del film nel 2008, avevo appena terminato di montare i 41 video esistenti su quella notte che avevo raccolto. Grazie al mio supervideo, che mostra la stessa azione ripresa da punti differenti, sono stati individuati i 27 responsabili. Per la prima volta viene mostrato in questo documentario. Mentre Domenico Procacci e Daniele Vicari (ndr produttore e regista di Diaz – don’t clean up this blood) non mi hanno mai chiesto i file e per questo non potevano sapere che Michelangelo Fournier (Claudio Santamaria) invece di essere nella scuola in realtà era fuori a picchiarmi. Ho sottoscritto un accordo verbale con la Fandango per non parlare di questo. Ma l’80% del film di Vicari è corretto, quello che racconta è più importante della mia vicenda personale”.
La miglior opera sul G8 per Gigi Malabarba, ex deputato di Prc e membro dell’allora Copaco (la commissione di controllo sui servizi segreti) perché “viene spiegata bene la dimensione internazionale e il contrasto al movimento antiglobal attraverso una strategia per sconfiggere il movimento e perché una commissione d’inchiesta si stata osteggiata da tutti i governi”.

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