Frontiere del Tertio Millennio

Dai dittatori di Makhmalbaf ai boia di Boko Haram, la rassegna FEdS (9-14 dicembre) perlustra i conflitti del presente, “cercando un'immagine tra due mondi”
20 Novembre 2014
Frontiere del Tertio Millennio

Le frontiere sono state per molto tempo sinonimo di scoperta, sete di conoscenza e liberazione. Una sfida per pionieri, cercatori d’oro, riders e avventurieri. Un luogo fisico e immaginario di tanti western e film on the road.
Oggi però rappresentano soprattutto lo spazio delle promesse tradite. Da grande utopia, la globalizzazione è diventata nel giro di pochi anni il grande imputato: annunciava la caduta di ogni barriera fisica per nascondere le nuove muraglie socio-economiche che andava erigendo. Il risultato è che nel nostro mondo occidentale le frontiere tornano ad essere addirittura invocate.
Rappresentano un argine necessario: per noi. Un ostacolo e una condanna: per gli altri. Chi valica la frontiera fa paura. Valicare la frontiera è speranza. Un’ambivalenza che viviamo ogni giorno, fluttuando di continuo da una parte all’altra del limite. Tra il desiderio di costruire altrove e il senso di minaccia che l’altrove venga a distruggerci. La politica fatica a governare questa ambivalenza, l’arte e il cinema provano, se non a comprenderla, almeno ad ospitarla. “Cercando un’immagine tra due mondi”, è il sottotitolo scelto da Tertio Millennio Film Fest per la sua XVIII edizione (9-14 dicembre).
Con la direzione artistica di Marina Sanna, l’annuale rassegna curata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e delle Comunicazioni Sociali, rilancia la delicata questione delle frontiere a partire da una selezione di opere inedite, recenti, provenienti dai quattro angoli del pianeta, trasversali per tematiche e interessi, tese tutte però a ri-orientare lo sguardo dal centro alle periferie, “quelle geografiche e quelle esistenziali” che Papa Francesco ha più volte indicato come autentica meta di un cammino cristiano.

E non è forse il cinema centro e periferia insieme, soglia per antonomasia? Le sue inquadrature non delimitano un dentro e un fuori? Una realtà in luce e una in ombra? Una visibile e un’altra no?
“Il cinema ha sempre aiutato ad abbattere le frontiere promuovendo la conoscenza dell’altro – ribadisce Mons. Carlos Azevedo, Delegato del Pontificio Consiglio della Cultura, durante la conferenza stampa di presentazione della kermesse che si è tenuta oggi a Roma -. Una missione che deve continuare. Tertio Millennio mostra questa consapevolezza. E’ un tema cristiano: come ci dice Paolo nella Lettera agli Eufesini, Cristo ha abbattuto il muro di separazione che ci divide”.
”Le frontiere che attraverso i film della rassegna abbiamo scelto di raccontare – dice Ivan Maffeis, Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e di Tertio Millennio Film Fest – sono frontiere chiuse, come quelle imposte dalla dittatura; frontiere smarrite negli ingranaggi della burocrazia; frontiere problematiche quanto la crisi finanziaria; frontiere violente che calpestano gli affetti più sacri”.
Come quelle che separano un dittatore da una possibile salvezza, mentre un popolo inferocito e in rivolta gli sta alle calcagna, nell’esemplare favola per adulti di Mohsen Makhmalbaf, The President, che aprirà la rassegna al cinema Trevi di Roma (9 dicembre, ore 20.30). Lo stesso regista iraniano, che presenzierà all’anteprima del film accompagnato dal direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera, sa bene cosa voglia dire vivere confinati e sconfinando: inizialmente fautore della rivoluzione islamica contro il regime dello shāh Reẓā Pahlavī, sconta quattro anni in carcere, trascorsi i quali prende le distanze dalla deriva autoritaria del potere khomeinista.
Oggi Makhmalbaf è uno dei più strenui difensori dei diritti umani e tra i più lucidi interpreti della realtà del suo paese. L’Iran – come Cuba e la Russia putiniana – resta invece un osservato speciale, un laboratorio della contro-globalizzazione, come un ponte sospeso nel vuoto all’interno di un mondo interconnesso.

Il contatto tra interno ed esterno, tradizione e modernità, chiusura e apertura, può avere ogni volta esiti diversi, talvolta felici (come dimostra, pur con tutti i limiti, l’esperienza del melting pot americano, di cui un regista italiano emigrato negli States, Roberto Minervini, ci fornisce un altro esempio mirabile in The Passage, sempre in rassegna), spesso traumatici (è il caso dell’India raccontata dal tesissimo dramma giudiziario di Chaitanya Tamhane, Court, o della Turchia denunciata da Sivas, con un piede in Europa e l’altro affossato ancora in una cultura patriarcale oppressiva), non di rado violenti e tragici (mentre la cronaca è tutta concentrata sulle minacce e le barbarie dell’Isis, Tertio non dimentica gli altri fronti del conflitto, portandoci in Nigeria, nella terra violentata dai fondamentalisti di Boko Haram, con il documentario-shock e in anteprima assoluta di Riccardo Bicicchi, Boko Haram – Convertitevi o morite).

D’altra parte l’allusività simbolica delle frontiere quali momenti di passaggio, di trasformazione, viene colta magistralmente nei piccoli, grandi drammi familiari di Le dernier coup de marteau della francese Alix Delaporte (ospite della rassegna), Refugiado dell’argentino Diego Lerman e Ilo Ilo del cineasta di Singapore Anthony Chen. Per non dire delle frontiere metafisiche attraversate dal suggestivo Jauja di Lisandro Alonso.

Tocca poi a due degli eventi speciali in rassegna, restituire alle frontiere un significato positivo di conoscenza, scoperta e testimonianza: è il caso dell’Archivio Segreto Vaticano “violato” per la prima volta da Lucas Duran, che, come recita il sottotitolo, ci accompagna in un incredibile Viaggio nella storia della durata di 12 secoli, tra documenti inaccessibili, bolle papali, diplomi imperiali, manoscritti miniati, atti processuali e sigilli; e del commovente Albero indiano di Silvio Soldini e Giorgio Garini che, da una remota cittadina vicino al Bangladesh, raccontano lo straordinario impegno dello scultore non vedente Felice Tagliaferri a favore dei bambini ciechi, sordi e sordo-ciechi, cui insegna l’arte di lavorare la creta.

“Questo è un festival in controtendenza rispetto a un cinema che alimenta una pulsione distruttiva, di abbattimento dei valori – è il pensiero di Mons. Giuseppe Scotti, Delegato del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali -. Tertio Millennio è in sintonia con una cultura dell’incontro e del dialogo in cui uomini e popoli sappiano ancora guardarsi in faccia”.

Sconfinano dal passato al presente – per dirci ancora qualcosa – invece i due “recuperi” della rassegna: L’udienza di Marco Ferreri (appena restaurato) e La giornata balorda di Mauro Bolognini.
Spazio anche per il tradizionale momento di gala con la consegna degli RdC Awards – il primo dei quali, il Premio Rivelazione, è stato assegnato alla conferenza stampa di oggi alla giovane attrice Maria Roveran, protagonista di Piccola Patria – prima del gran finale, con la chiusura di Tertio Millennio affidata all’attesissimo La teoria del tutto di James Marsch, sulla vita dell’astrofisico Stephen Hawking, l’uomo che – a proposito di barriere e confini – è riuscito a penetrare i misteri del cosmo da una sedia a rotelle.

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