Faber in Sardegna

Il bel documentario di Gianfranco Cabiddu indaga il rapporto d'amore tra De Andrè e la Gallura, a partire dalle canzoni concepite tra i campi dell'Agnata
Faber in Sardegna

C’è un aspetto, forse marginale forse capitale, che tuttavia può rivelarsi decisivo per illuminare la personalità del Faber nazionale.
È nota la grandissima cura che De Andrè dedicava agli arrangiamenti delle proprie composizioni; ecco, la medesima, straordinaria, quasi maniacale perfezione la ritroviamo nella volontà, da parte dello stesso De Andrè, di formarsi come uomo della terra.
Faber in Sardegna, il bel documentario di Gianfranco Cabiddu (il 23 novembre, ore 21, all’Auditorium Parco della Musica di Roma), prodotto con il contributo di Rai Cinema e della Regione Sardegna, è la storia del rapporto fra un uomo e la terra, nel senso primordiale che si potrebbe attribuire a tale espressione. Il fatto che quell’uomo fosse anche uno dei più grandi cantautori italiani del XX secolo, azzardiamo, è un di più, un elemento importante nella definizione della cornice ma non essenziale all’archetipo.
La natura edenica e incontaminata dell’interno della Sardegna, il Gallurese coi suoi monti aspri e le sugherete, la tenuta dell’Agnata, locus amoenus per la fuga dal mondo di un artista che nel mondo, quello più autentico, miserabile e vorace, si è sempre calato con tutto il suo essere. La presenza-assenza dell’artista nella voce di chi lo ha conosciuto e seguito negli anni (lungo il percorso di costruzione e avviamento dell’azienda agricola dei suoi sogni), nei musicisti, il figlio Cristiano primo fra tutti, che ancora oggi, di anno in anno, si riuniscono in quei luoghi per celebrarne la memoria intonando le canzoni e le armonie che furono concepite tra i campi dell’Agnata.
Ne emerge un ritratto intimo e inedito, un Faber sconosciuto ai più ma non per questo meno sorprendente: appassionato coltivatore di ulivi e allevatore, inesauribile cercatore di suggestioni – secondo le testimonianze, Faber parlava il gallurese anche meglio dei galluresi stessi.
I contributi della moglie Dori Ghezzi, di amici come Renzo Piano e dei tanti collaboratori che furono al fianco dell’artista nei tanti anni di vita sarda, completano un quadro appartato e paradigmatico insieme, interiore e straordinariamente paesaggistico come piacerebbe forse a Werner Herzog (per i cinefili, il riferimento a Fitzcarraldo è una chicca).
E poi, c’è la musica, quella di Fabrizio, che sopravvive alle speculazioni, alle facili strumentalizzazioni, alle mode. La musica e la terra. Del resto, si sa, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

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