David e donne: una storia travagliata

Perché quest'anno nessuna regista è in gara per il maggiore riconoscimento del cinema italiano? Proviamo a ricostruire, dati alla mano, cos'è successo in sessantacinque edizioni
David e donne: una storia travagliata

Prima di tutto i dati. Due registe sono state candidate per il David di Donatello al miglior cortometraggio: Veronica Spedicati per Il nostro tempo e Cristina Picchi per Unfolded. Didi Gnocchi e Carolina Rosi, in gara per Citizen Rosi, sono le uniche presenze femminili nella categoria dei documentari. Stop.

Dei 132 lungometraggi in concorso ai David, solo dieci sono diretti da donne.

Sono Brave ragazze di Michela Andreozzi, Fiore gemello di Laura Luchetti, I nomi del signor Sulcic di Elisabetta Sgarbi, I villeggianti di Valeria Bruni Tedeschi, Il corpo della sposa di Michela Occhipinti, Mamma+mamma di Karole di Tommaso, Rosa di Katja Colja, Soledad di Agustina Macri, Solo no di Lucilla Mininno e Vivere di Francesca Archibugi. Cinque sono le esordienti: Occhipinti, di Tommaso, Colja, Macri e Mininno. Nessuno di questi film ha ricevuto una candidatura in questa edizione del maggiore riconoscimento cinematografico italiano (qui tutte le candidature).

Agli ultimi Nastri d’Argento, assegnati lo scorso giugno (erano considerati i film usciti in Italia da giugno 2018 a maggio 2019), Occhipinti era presente nella cinquina delle opere prime insieme a Margherita Ferri, nominata per Zen sul ghiaccio sottile.

Ai David del 2019, per la prima volta in sessantaquattro anni due donne erano candidate per la miglior regia: Valeria Golino per Euforia e Alice Rohrwacher per Lazzaro felice. I due film concorrevano anche nella categoria del miglior film. I lungometraggi diretti da registe in concorso erano tredici, di cui sette opere prime.

Nel corso della storia dei David di Donatello, due volte il premio per il miglior film è andato a una donna. In entrambi i casi si tratta di Francesca Archibugi, vincitrice nel 1991 per Verso sera (ex aequo con Mediterraneo) e nel 1993 per Il grande cocomero.

Francesca Archibugi

Candidata anche per la miglior regia, perse tutte e due le volte: nel 1991 la batterono Marco Risi per Ragazzi fuori e Ricky Tognazzi per Ultrà, nel 1993 ebbero la meglio Roberto Faenza per Jona che visse nella balena e ancora Tognazzi per La scorta. Curiosamente due ex aequo, due uomini che prevalgono sull’unica donna in gara. Nell’anno del Grande cocomero, i nominati per la regia erano solo tre e, di quei tre, proprio la donna restò a mani vuote. Un episodio che la dice lunga?

Il 1981 fu il primo anno in cui furono introdotte le candidature ai David. Da allora, oltre alle due vittorie di Archibugi, i film diretti da donne in corsa per il massimo premio sono stati 5: Francesco di Liliana Cavani (1989), La mia generazione di Wilma Labate (1997), Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli (2018), oltre a Euforia e Lazzaro felice. Dopo il citato bis di Archibugi, due uniche papabili per la miglior regia: Labate nel 1997 e Cristina Comencini per Bianco e nero nel 2008. Dobbiamo aspettare la doppietta dell’anno scorso con Golino e Rohrwacher per trovare altre registe in gara.

Dalla sua istituzione nel 1982, il David per il regista esordiente è andato tre volte a una donna: Archibugi per Mignon è partita nel 1989, Simona Izzo per Maniaci sentimentali nel 1993 e Roberta Torre per Tano da morire nel 1997. Le candidate al riconoscimento sono state complessivamente 16.

Possiamo notare che i David non di rado segnalano attrici passate per la prima volta dietro la macchina da presa, come Monica Vitti per Scandalo segreto nel 1990, Laura Morante per Ciliegine nel 2013 e la stessa Golino, in gara con Miele nel 2014.

Valeria Golino – Foto Karen Di Paola

Nella categoria dedicata ai documentari, creata nel 2004, tre sono le vincitrici: Nene Grignaffini (insieme a Francesco Conversano) con Il bravo gatto prende i topi (2006), Barbara Cupisti con Madri (2008) e Anselma Dell’Olio per La lucida follia di Marco Ferreri (2018). Una sola regista ha trionfato per il miglior cortometraggio, premio che si assegna dal 1997: Laura Bispuri per Passing Time (2010), poi in lizza come esordiente per Vergine giurata (2015).

Leggendo lo storico delle candidature, saltano agli occhi alcune assenze clamorose. L’iconica Lina Wertmüller, prima donna nominata all’Oscar per la miglior regia, onorata quest’anno dall’Academy con il premio alla carriera, non ha mai ricevuto un cenno dai David. Nel 2009 ha ricevuto un David alla carriera. E se passiamo ai Nastri la situazione non è certo più rosea: per lei solo una nomination da regista nel 1986 per Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti.

Stessa sorte ai David per un’altra delle nostre registe più importanti, Liliana Cavani, mai citata tra i migliori registi. Un po’ meglio ai Nastri: candidata invano nel 1975 per Il portiere di notte (prima donna) e nel 1989 per Francesco.

Un caso piuttosto singolare riguarda Cristina Comencini, ignorata dai David nel 2006 con La bestia nel cuore, contestualmente candidato all’Oscar per il miglior film straniero. Ottenne però una nomination ai Nastri, seconda volta dopo Il più bel giorno della mia vita nel 2002.

Questi i dati, che sono abbastanza indicativi. Le domande potrebbero essere oziose: i film presenti nella cinquina annuale dei David sono i migliori dell’anno? Probabilmente sì. Sono migliori rispetto a quelli diretti da regista? Probabilmente sì. Ma facendo un discorso del genere si rischia di perdere il focus del discorso. In questo senso gli elementi più interessanti ci sembrano l’elenco delle candidature per l’opera prima e le “omissioni eccellenti”.

Giancarlo Giannini, Lina Wertmuller e Leonardo DiCaprio – Foto di Pietro Coccia

Generalmente, i David si dimostrano ben disposti a segnalare i debutti femminili. Considerando l’esiguità di opere dirette da registe uscite in Italia, è importante che i votanti dei David si siano accorti, negli anni, degli esordi di Cinzia TH Torrini, Francesca Marciano e Stefania Casini, Antonietta De Lillo, Maria Sole Tognazzi, solo per citarne alcune. Basta? Certo che no. Ma il problema è dei David o a monte?

Come si diceva prima, l’episodio più significativo sta nelle vittorie di Archibugi. Nel 1991, l’edizione con il maggior numero di ex aequo (ben sei), per non scontentare nessuno furono premiati in qualche modo tutti i maggiori film dell’annata. Se a Ragazzi fuori e Ultrà spettarono i doppi riconoscimenti per il produttore e la regia, la logica della ripartizione portò all’assegnazione del premio per il film a Mediterraneo e Verso sera. Non è questione di meriti artistici: in quel caso si premiarono le due regie più “muscolari”, sottolineando (implicitamente?) la natura maschile del mestiere registico.

Nel 1993, con le cinquine ridotte a terne, Archibugi vinse miglior film e miglior sceneggiatura. Che una donna possa scrivere un film era, tutto sommato, una consuetudine, con Suso Cecchi D’Amico quale patrona della categoria. Ma l’ex aequo di Faenza e Tognazzi ribadisce ancora una volta la quanto, su tre candidati per la regia, la donna può accontentarsi giusto della nomination, presenza occasionale a testimoniare più un caso isolato che una tendenza.

In quest’ottica “maschilista” si spiegano le dimenticanze di Wertmüller e Cavani, profili peraltro di caratura internazionale. Mancanze davvero spiazzanti quando parliamo di film che hanno inciso nell’immaginario come la trilogia della prima con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini (talvolta premiati per le interpretazioni) o Il portiere di notte per la seconda.

donne

Piera Detassis – Foto di Karen Di Paola

Torniamo all’oggi. Non ha senso fare le pulci alla qualità dei dieci film diretti quest’anno da registe. La vera domanda è: perché solo dieci film? Gli squilibri di genere nell’industria dell’audiovisivo italiano sono problemi più impellenti che riflettono un problema strutturale della nostra società. Ha ragione la presidente Piera Detassis quando dice che “non è colpa dei David”, perché “servono più film prodotti di donne, più ruoli con le donne, più film diretti da donne. Il David è una fotografia dell’oggi”.

Intensificando l’accesso delle donne alla professione, potremmo forse godere di personaggi (femminili e non solo) più stimolanti, di un immaginario più completo, di un punto di vista alternativo alla narrazione maschile.

Le cinquine delle attrici di quest’anno, in fondo, dimostrano uno scarto un po’ troppo evidente rispetto a quelle degli attori. Protagoniste che spesso non sono davvero tali, figure laterali a volte poco approfondite: questo, ci pare, il vero problema che emerge da questi David. (Che, peraltro, commette pigramente il doppio errore di non far emergere due delle presenze femminili più intriganti della stagione: la perturbante Chiara Caselli de Il signor diavolo e la sfaccettata Luisa Ranieri di Vita segreta di Maria Capasso).

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